Post Shanshu

(by Verdenya)

Titolo: Post Shanshu

Soggetto: Spike, Angel, Buffy…

Autrice: Verdenya

Mese di produzione: Luglio 2005

Limiti di età: Nessuno. Un bollino giallo qua e là.

Spoiler: Attenzione! La storia si colloca dopo la fine della Quinta Serie di “Angel”.

Riassunto: L’ultima battaglia a Los Angeles vede Angel e Spike uscire vittoriosi, ma leggermente “cambiati”. In seguito ad un equivoco, sono costretti a fuggire da Los Angeles. Trovare rifugio a Cleveland sarà una buona idea? E soprattutto, Angel e Spike riusciranno a reggere il viaggio, senza prendersi a pugni?

 

 

 

 

Due poltrone gemelle erano accostate una all’altra, entrambe occupate. Al soffitto, un ventilatore smuoveva appena l’aria arroventata, donando ben poco sollievo ai due ospiti.

« Salute. »

« Salute. »

Un tintinnio di bottiglie risuonò nella stanza in penombra, quando i due uomini brindarono a suon di birre chiare.

Una mano esile si sporse dalla poltrona, per afferrare una sigaretta, già fumata per metà. Subito, una nuvola di fumo si levò verso il soffitto, agitandosi in spirali grigie, quando raggiunse il ventilatore.

Il moro sorseggiò la sua birra, poi fece una smorfia. « Perché hai scelto questa marca? Sai che la odio… Ti avevo chiesto esplicitamente delle birre scure! »

« Non ne avevano altre all’emporio! » si giustificò l’altro.

« Prevedibile, in un posto come questo… »

« Non siamo a Dublino, Angel! »

« è ovvio! La colonnina di mercurio sfiora i trentotto! » rispose l’interessato, saccente.

« Grazie, colonnello! » replicò il biondo, asciugandosi la fronte bollente e sudata.

« Ti prego, procurati canottiere e bermuda! » piagnucolò Angel, cercando di smuovere i pantaloni, incollati alla sua poltrona in pelle. 

« Non metterò un pantaloncino color kaki per nessuna ragione al mondo! »

« Esistono pantaloncini di tutti i colori, Spike! Esci a comprarli. Offro io! » e con una scomoda torsione, sfilò il portafogli dal retro dei pantaloni, lanciandolo al suo “compagno di sbronze”.

« Potevi asciugarlo, prima! » si lamentò Spike, rigirando il portafogli umidiccio tra le dita.

« Ho il cervello che cuoce. Non ho neanche la forza di ribatterti! » biascicò Angel, posando i piedi nudi sul basso tavolino. Con una mossa lentissima sollevò il telecomando, cambiando canale.

“Il leone, conosciuto come il Re della Savana, raramente corrisponde fedelmente a questa definizione. È la femmina che va a caccia, specie nelle ore notturne. Il leone trascorre i pomeriggi a riposo, sonnecchiando…”

Angel sbadigliò, cambiando emittente. Afferrò la bottiglia di birra, portandola alle labbra.

« Spike, corri a comprare roba leggera! E ghiaccio. Voglio uno di quei frigo portatili pieni di cubetti fino all’orlo… »

« C’è altro, padrone? » borbottò Spike, sarcastico, sollevandosi a fatica dalla poltrona-fornace.

« Sì… compra delle bevande decenti. Qualche coca, magari… »

« Preferenze sui vestiti? »

« Niente cose ambigue… potrei passare sui pantaloncini hawaiani… i negozi qui pullulano di quella roba. »

« Ho avuto una brutta esperienza con quel genere di vestiti! »

« Ah, fai quel che ti pare… ma ti prego, niente nero! Il sole è troppo caldo. Una canottiera bianca e un paio di bermuda chiari andranno bene… »

« Meno male che non avevi preferenze… »

« Hey, sei tu che hai chiesto. Non vorrei che arrivassi con anfibi e giacche di pelle! »

« Non sono così stupido! » mugugnò Spike, sebbene il suo spolverino gli mancasse già. A malincuore raggiunse la soglia della stanza.

« Non sarebbe strano se lo fossi! Con questo caldo i neuroni funzionano a basso regime! » gli urlò dietro l’altro.

« Parla per te! »

 

***

 

Spike pescò un paio di pantaloncini per sé, di un bel color rosso vivo. La misura intermedia, poco sotto il ginocchio, non lo avrebbe fatto sentire un completo idiota.

Scrutò le canottiere multicolori, perplesso, ma soffocò l’impulso di acquistare una canottiera verde militare. Con il caldo afoso rischiava di trasformarsi in una mucca pezzata…

I vestiti di Angel erano già sul bancone, sotto gli occhi vigili della vecchia cassiera messicana.

Aveva afferrato la prima canottiera bianca che gli era capitata a tiro, assieme a un paio di bermuda hawaiani, azzurri, assolutamente ridicoli… e molto ambigui… con un motivo floreale visibile a km di distanza.

Spike assunse il suo consueto sogghigno, immaginando la faccia di Angel nel vedere i nuovi pantaloncini, che avrebbe dovuto indossare per tutto il viaggio.

Con occhio critico studiò le canottiere con le scritte, esposte per i visitatori. “Mexico, I Love You!” era la più gettonata…

Preso da un impulso malato, afferrò proprio una di quelle canottiere, con l’espressione raggiante del tipico turista che acquista souvenir trash da portare a casa propria.

Gli occhi chiari studiarono il cuore rosso, un po’ scontato, che sostituiva la parola “Love”. Spike interpretò quel disegno come un segno e si convinse ad acquistare il capo d’abbigliamento.

Del resto, il cuore era in tinta con i pantaloncini…

Un ultimo impulso consumistico, lo catapultò tra i costumi da bagno.

Afferrò un semplice speedo nero, pregustando un pomeriggio da lucertola, sdraiato su una sabbia finissima, a pochi metri dal mare color cristallo… Aveva preso poco sole in quella settimana. 

« Mexico, I Love You! » mugolò Spike, soddisfatto, senza accorgersi dello sguardo adorante della tardona, incollata ad uno sgabello dietro il bancone.

« Portami con te, chico! » rispose lei, con due graziose file di denti marci, imprigionati in un paio di labbra dal rossetto sbavato.

« Per carità! » esclamò Spike, arretrando di un metro.

« Posso pagarti. Dollari americani! » insistette la vecchia, scrutandolo dal collo alla cintura.

« No, grazie! » rispose lui, estraendo il portafogli. Con gesti rapidi posò i contanti necessari agli acquisti, fuggendo dal negozio, quasi lo inseguisse l’Inferno.

 

***

 

Spike rientrò poco prima dell’una, gli occhi celati da pesanti lenti scure, che li proteggevano dal sole a picco. Si deterse la fronte con una pezza gocciolante, bagnata in una fontanella poco distante dal motel.

Aprendo, fu accolto da un sentore di carne ai ferri, che gli fece brontolare lo stomaco, ricordandogli che non aveva messo nulla sotto i denti dalla sera prima. (Eccetto i biscotti a colazione e il gelato a metà mattina…)

Spike individuò Angel davanti al minuscolo fornello: era tutto preso dalla cottura delle sue bistecche, che rigirava con metodica precisione, perso in un mondo “Tutto Angel”.

Dalla portafinestra intravide il tavolino, già apparecchiato, sulla terrazza.

Sulla candida tovaglia c’era persino una fresca insalata, con carote julienne e cubetti di formaggio.

Spike lanciò un’occhiata all’altro, che ancora gli dava le spalle, pur avendo avvertito la sua presenza.

« Potresti cercare un lavoro come cameriere, quando saremo là. »

« Sarebbe un’ottima idea, almeno per i primi tempi. »

« Io resto del parere che dovremmo tornare a Los Angeles. Ormai la bufera è passata. La gente avrà dimenticato. »

« Gli edifici bruciati sono ancora là. Sono stato riconosciuto dalla polizia come potenziale piromane. Non voglio vivere da fuggiasco! » sbottò Angel, voltandosi verso Spike. 

« È stato il drago a provocare l’incendio negli edifici! »

« Come potevamo dimostrarlo alla gente? Il drago era già carbonizzato quando sono arrivati i pompieri. Cosa avrei dovuto dire: “Scusate, i palazzi sono bruciati, ma ho sconfitto il drago che li ha incendiati?!”  Mi avrebbero creduto, secondo te? »

« In effetti, sarebbe stata una versione allucinante… » 

« Avrebbero detto che ero pazzo… »

« Beh, non avrebbero torto… » malignò l’altro.

Angel sbuffò e disse: « Non potevo permettermi di rischiare. Non dopo lo Shanshu! Ho compiuto dei sacrifici per ottenere la redenzione. Non ho fatto tutto quel percorso per finire in manicomio! »

« Ok, ok… ma almeno cambiamo destinazione… »

« Che hai contro Cleveland? »

« Lo sai. Lei potrebbe essere là… »

« E allora? Siamo andati avanti, no? »

« Molto avanti… anche troppo! » ammise Spike, alzando le spalle abbronzate.

« È il momento di tornare. Non ci accoglieranno da eroi, ma almeno avremo un posto dove stare. Giles potrà darci una mano… Non ci sono più ostacoli alle nostre vite. Siamo redenti adesso! » insistette Angel.

« Beh, redento è una parola un po’ grossa… ieri una ragazza mi ha abbordato alla spiaggia… ha messo in serio pericolo la mia redenzione! »

« Non vorrai barattare una ragazza qualunque con Buffy, vero? Forse il sole messicano ti ha dato alla testa. Questa sera niente tequila! »

Con un gesto secco gettò la bistecche nei piatti, sedendosi quasi subito al tavolino.

Spike si accomodò sull’altro lato, scrutando la propria bistecca, poi Angel, e infine il panorama.

« Questa convivenza forzata mi ha già rotto! La proprietaria del motel mi dà certe occhiate… Domani partiamo, intesi? »

« Sicuro. E, comunque, credi che mi diverta mangiare davanti alla tua faccia ossuta? » mugugnò Angel, masticando la sua carne.

« È reciproco! » replicò l’altro, addentando la bistecca. « I tuoi capelli m’infastidiscono. »

« Bene. »

« Bene. »

« Buona la bistecca… » ammise Spike.

« Ho aggiunto delle spezie per insaporire la carne! Ma il segreto è scottarla appena, per lasciarla tenera! » replicò Angel, con l’aria da chef.

« Mmh, hai fatto bene. »  

I due rimasero in silenzio, ascoltando i suoni del mare e le voci dei turisti, che passeggiavano sotto il motel, nelle vie secondarie di Tijuana.

 

Angel ondeggiò la mano, facendosi aria alla faccia. Tutto quel calore gli stava gettando addosso una pericolosa indolenza. Era il periodo giusto per lasciare l’afa messicana e risalire a nord, nelle fresche e sconfinate montagne degli USA.

Se fossero rimasti un’altra notte, lui e Spike, si sarebbero scannati. Aveva ancora il ricordo della loro ultima e patetica lite, su chi avesse il diritto di dormire accanto alla finestra.

Diede una lunga sorsata alla sua coca gelata, assumendo un’espressione di appagamento puro.

 

« Vai alla spiaggia, oggi? » chiese Angel, distratto, giocherellando con un pezzetto di carota.

« Certo, è l’ultimo giorno. Voglio abbronzarmi ben bene. »

« Vuoi apparire al meglio prima della rimpatriata? Paura di un confronto con lo Spike notturno? » lo stuzzicò Angel, scrutando il biondo con sguardo intuitivo.

I loro occhi si incrociarono, sfidandosi in silenzio a manifestare i loro intenti, nei confronti di una certa Cacciatrice bionda.

« Ti sbagli… voglio solo abbronzarmi il più possibile… Il sole mi è mancato! Se ben ricordi, avevamo una certa allergia ai raggi UV… » commentò Spike.

« è storia vecchia, ormai. Addio problemi di sole e zanne pronunciate… Devi abituarti al nuovo te stesso, alla tua natura! La metamorfosi si è compiuta! Mentre affettavo le verdure, mi sono sentito rinato e libero… come quando ero Angelus, ma in modo umano. »

« Sei alienato, lo sai, vero? » 

« Ti sbagli. Sono lucido come non mai. Sto scendendo a patti con la mia umanità. Tu rimani pure lì a complessarti e a riflettere sulle tue miserie, ma io… ho intenzione di godermela! » esclamò Angel, portando le mani dietro la nuca, rilassato.

« Mi rubi le battute, adesso? »

« Mangia le tue carote! »

« Fanculo! » borbottò Spike, contrariato dalla serenità del suo amico-nemico.

Dal punto di vista di Spike, vedere Angel felice era fastidioso… Angel era tranquillo ed entusiasta della sua nuova vita di mortale…

Dio, era disgustoso! Perché Angel stava così bene nella sua nuova pelle, mentre lui era così impacciato e pieno di dubbi? Sembrava che l’insicurezza del vecchio William fosse tornata a torturarlo…

 

Quando tornò alla realtà, la sua bistecca era ormai fredda e nell’appartamento si udiva il suono dell’acqua scrosciante, provenire dal bagno. Angel si stava lavando. Dopo una decina di minuti il moro uscì allo scoperto, l’aria rilassata e fresca del dopo doccia… un’aria pomposa, secondo Spike…

Indossava un paio di pantaloni neri e una t-shirt bianca, con le maniche ripiegate sulle spalle.

« Lo sai che il look alla Fonzie è superato, vero? » lo punzecchiò Spike, perfido.

 

***

 

Spike giaceva sul salviettone, gli occhi chiusi e un paio di auricolari nelle orecchie. Il lettore Cd mandava un pezzo dei Dead Kennedys, estraniandolo dalla realtà caotica del turismo di massa.

Nei suoi propositi, il punk avrebbe soffocato ogni pensiero, impedendogli di ripercorrere attimo dopo attimo il suo possibile incontro con Buffy.

Naturalmente non funzionò.

Perché quando un pensiero è radicato nel tuo cervello come un chiodo fisso, non lo smuovono neppure le cannonate.

 

In apparenza era un qualunque turista, senza nessuna preoccupazione, tranne la scelta della protezione solare più adatta per le ore calde del pomeriggio… In realtà, la sua testa stava per esplodere, satura di pensieri, propositi, scelte da prendere… cosa che neanche i Dead Kennedys più incazzati potevano cancellare.

 

Era un caso umano.

Disperato.

Patetico.

Recidivo.

 

Così, Spike decise di abbandonarsi alla corrente di pensieri, sperando che a furia di pensare si sarebbe addormentato, soffocando il caos…

 

Tutto inutile…

 

Vedeva se stesso entrare nell’abitazione di Giles, a Cleveland, in pieno giorno.

« Salve Giles, Buffy è già tornata dall’Italia? Ho bisogno di parlarle… è piuttosto urgente. »

Rupert Giles si sarebbe tolto gli occhiali, fissandolo come fosse un alieno.

Alle spalle sarebbe comparsa lei: piccola, bionda e furiosa.

« Ciao, Buffy… » avrebbe detto, calcando l’accento sulle "f" per rendere il suo nome più morbido.

E lei avrebbe risposto, con la dolcezza di una soldatessa prussiana: « Spike, cosa diavolo ci fai qui? Tu, stupido platinato, perché non ti sei deciso a chiamarmi? Non credere che ti permetterò di ricominciare tutto da capo, sai? Ho superato quella fase! Non ci saranno più scuse per infilarti nei miei pantaloni! La nostra storia è morta e sepolta… caput! A proposito, non era una grande storia… quello era un periodo difficile per me, capisci? Ero tornata dall’oltretomba… ero turbata… sai dov’è Angel? Vorrei rivederlo… »

L’avrebbe guardata ancora una volta, i capelli tirati in una coda tesa (come lei), il naso arricciato, l’espressione da giudice, gli occhi lucidi… e dannatamente traditori.

Allora Spike avrebbe fatto retro-front, per tornare a Los Angeles… o forse Londra… per gettarsi dal Tower Bridge.

 

Ma, complice il sole caldo sulla pelle, immaginava un’altra versione dell’incontro… molto piacevole… quasi esaltante…

 

Spike entrava nella casa e la vedeva là, nel centro del salotto… Lei, in piedi, i capelli biondi sciolti sulle spalle, illuminati da un raggio di sole radente, che penetrava dalle tende tirate.

Con un gesto improvviso Spike avrebbe spalancato le tende, inondando entrambi di luce.

Buffy lo avrebbe guardato, con l’espressione di chi osserva qualcosa di portentoso e inspiegabile.

I loro occhi si sarebbero incrociati, e Spike l’avrebbe raggiunta in un lampo.

Senza parlare, le avrebbe tappato la bocca con un bacio da infarto.

Poi si sarebbero confessati eterno amore. (Non proprio eterno, però, perché adesso entrambi potevano morire.)

Loro due, vivi, in una nuova città, senza più lotte e dolori, liberi di amarsi senza tormenti e giudizi da terzi… e con un carico di repressione da consumare il prima possibile…

 

Spike boccheggiò, quando un secchio d’acqua gelata lo investì in pieno viso, riportandolo alla realtà in modo crudele.

« Scendi dal Parnaso, William! » sbottò Angel, in piedi, accanto a lui.

« Che diavolo vuoi? Ti mancavo troppo? »

« No. Cercavo i miei soldi. Mancano trenta dollari! »

« Sei venuto a contare gli spiccioli, crucco? Ho preso in prestito qualche soldo per comprarmi un costume decente. Quello che avevi scelto era orrendo! Slip rossi… oh Dio… »

« Beh, vogliamo parlare dei miei bermuda? Pensavi di essere divertente comprandomi questa merda? » e indicò i suoi meravigliosi pantaloncini fiorati… ridicoli… appariscenti… e assolutamente ambigui.

Parecchi volti seguirono la scena, divertiti dal battibecco dei due antagonisti.

Un tarchiato uomo di mezza età mugugnò: « Hey, smettete di schiamazzare, signorine! »

Spike sbottò: « Fottiti! »

« Maleducato! » rispose una donna (forse la moglie), il volto coperto da un cappello a tesa larga e occhiali enormi.

Spike sbuffò, poi alzandosi di scatto, corse verso il mare per tuffarsi e fuggire dai suoi persecutori.

Nel percorso si scontrò con qualcuno. Spalancò gli occhi e rabbrividì. Davanti a lui stava la ragazza del giorno prima, in un bikini ridottissimo.

« Hey… Perché tanta fretta? Sei così accaldato? » ammiccò lei, guardandolo dappertutto fuorché in faccia.

« Non mi hai più offerto il drink che mi avevi promesso. Ti ho aspettato ieri sera… » continuò, sorridente. E con espressione inequivocabile, si strusciò contro di lui, facendolo arrossire.

« Avevo degli impegni » si giustificò lui, sfregandosi la testa, a disagio.

« La tua ragazza? » indagò lei, un tono tranquillo, per nulla turbato da una possibile infedeltà.

Angel scelse proprio quel momento per intervenire. « Hey, non mi presenti la tua amica? » chiese subito, sorridendo alla Angelus.

La ragazza fissò entrambi gli uomini, soffermandosi sui bermuda di Angel. Allora esplose in una risata e disse: « Oh… ora capisco… il tuo ragazzo! »

« No! » risposero all’unisono i due.

« Non c’è problema, sapete? Ho una mente aperta… Due uomini insieme mi hanno sempre incuriosito… » alluse lei, scrutando i due sconosciuti, così diversi l’uno dall’altro, ma affascinanti.

« Si potrebbe fare una sera di queste… » disse lei, sporgendo le labbra più del necessario.

Spike e Angel si lanciarono un’occhiata complice, poi il moro parlò per entrambi: « Perché no… »

 

***

 

Angel spalancò gli occhi e, per un attimo, non capì dove fosse. Il soffitto era bianchiccio, le pareti coperte da un’orrenda carta da parati verde marcio, scrostata in più punti, per l’umidità.

Le lenzuola sotto di lui, sembravano bruciare.

Tre corpi umani potevano generare fiamme? Lui credeva di sì.

Voltando la testa individuò una spalla nuda, dall’abbronzatura intensa, tipica delle persone che vivono nelle zone soleggiate.

Il viso della ragazza, che sapeva essere grazioso ed esotico, era celato da una cascata di capelli castani, di per sé desiderabili. Angel li annusò ma non riuscì a percepire il profumo dei riccioli, soppiantato dal sentore un po’ aspro della pelle sudata.

 

Era stata una notte strana.

Si era lasciato andare come ai vecchi tempi, quando ancora era umano e frequentava le taverne.

Sollevò il capo e intravide una capigliatura bionda, oltre la ragazza. Spike dormiva alla grossa, con la bocca aperta. Russava appena.

Tra loro era l’unico a dormire senza coprirsi con il lenzuolo.

Era l’unico che non si era fatto problemi con un inedito trio.

Era incredibile come Spike potesse desiderare una donna a livelli che rasentavano l’ossessione ma, allo stesso tempo, lasciarsi andare con una sconosciuta.

Angel studiò la stanza, desiderando una caraffa d’acqua gelata, per placare la sete.

Erano secoli che non beveva qualcosa di trasparente… era strano.

Si mosse appena, ma una mano femminile lo bloccò quasi subito, e una voce assonnata disse: « C’è del succo di pompelmo nel frigo. Non ho altro. »

Lui sorrise, contento che la sconosciuta avesse intuito i suoi bisogni. Angel scivolò fuori dal letto, sibilando un "grazie". 

Dopo una doccia fredda, Angel infilò gli odiati bermuda, ritornando nella camera.

Spike e la sconosciuta (di cui ancora ignorava il nome) stavano ridendo, intenti a divorare una confezione maxi di patatine, del tutto dimentichi d’essere nudi. Non che ci fosse nulla di male, ovvio… non dopo la notte che avevano condiviso… ma questo non poteva impedire ad Angel di ridere della situazione assurda.

« Vuoi la mia patatina? » chiese lei, guardando il nuovo venuto.

Spike si strozzò, mentre Angel guardò la sconosciuta con espressione imbarazzata.

Anni e anni di vampirismo estremo… e questa ragazza li sconcertava con una stupida battuta.

« No grazie. Ho gradito il succo di frutta » rispose lui, diplomatico, evitando ulteriori allusioni.

 

La luce del giorno aveva spezzato l’atmosfera trasgressiva, riportando Angel con i piedi per terra. C’era un che di decadente nell’inatteso terzetto… un sottile squallore a cui non aveva pensato prima.

Per un attimo si diede del codardo. Non si era mai fatto tanti scrupoli, una volta… e allora non ci si poteva proteggere da certe malattie. Angel ringraziò i tempi moderni, che gli garantivano una sicurezza che allora non c’era.

Ad un tratto strabuzzò gli occhi e urlò: « Cazzo, l’aereo!!! »

Spike spalancò gli occhi gonfi di sonno e disse: « Perché non me lo hai detto prima? Lasciami fare una doccia, poi andiamo. »

« Non c’è tempo. Abbiamo solo un’ora per raggiungere l’aeroporto. Dobbiamo saldare il debito del motel e fare il check-in e… »

« E salutare me! » aggiunse la sconosciuta.

Spike afferrò il lenzuolo e glielo avvolse sulle spalle, per coprirla degnamente.

« Addio, tesoro. Sei stata davvero meravigliosa! Quando penserò al Messico, mi ricorderò di te! »

« Anch’io, tesori! Serberò un bel ricordo del vostro talento! » rispose lei, con un sorriso aperto, cingendoli entrambi, in un unico abbraccio.

 

Spike ed Angel corsero come forsennati, diretti all’albergo. Erano quasi all’ingresso, quando Angel strattonò Spike per un braccio, bloccandolo prima che entrasse.

« Che c’è? »

« Mi ha svuotato il portafogli! La tua messicana… ci ha lasciato i biglietti, ma si è presa tutto! »

« Cosa? »

« Sì e presa… »

« Ho capito! Inferno maledetto! Quella stronza… ed io che volevo farle un pensierino prima di partire… Che facciamo adesso, torniamo a cercarla? »

« Non c’è tempo. Hai il passaporto con te? »

« Nei jeans, sì… » confermò lui, pescando il prezioso documento falso, con un sospiro di sollievo.

« Bene. Suggerisco di andare all’aeroporto. »

« E il motel? Ho lasciato i miei Cd e la mia canottiera nuova! » si lamentò Spike.

« Se vuoi restare, resta. Ma ti ricordo che avevamo un sacco d’extra in arretrato. Visto il salario messicano ti ci vorranno anni per saldare il debito! »

« Mi hai convinto. Come raggiungiamo l’aeroporto? »

Angel si guardò intorno, frastornato. Poi trovò la soluzione e sorrise, malvagio. Una moto giaceva incustodita, accostata alla parete del motel.

Spike seguì lo sguardo e disse: « Questa volta sto io dietro! »

Angel sollevò gli occhi al cielo e disse: « Ok, ma non stringere troppo! »

« Non sono io quello con i pantaloni da checca! »

« Ma sei tu che li hai scelti! »

Angel sbuffò e disse: « Sei un essere… »

Inferiore, inferiore, inferiore… gli suggerì la sua testa.

« …stupido! » concluse poi, evitando di seguire l’istinto.

« Oh, oh, oh… questo è il peggiore insulto di tutta la mia vita… Come farò ad andare avanti? » lo provocò Spike, strafottente. 

« Ah… » mugugnò Angel, esasperato, salendo a bordo della motocicletta. Con un colpo secco abbassò il pedale dell’accensione e dopo qualche sussulto il motore partì. Angel accelerò due volte, mentre Spike balzava sul sellino. Il biondo si afferrò al retro della moto, per evitare qualsiasi contatto con Angel, ma quando quest’ultimo partì a razzo, Spike cambiò idea.

 

« Gira a destra! » urlò Spike, con voce stridula, appena la moto giunse a un bivio.

« L’aeroporto è dall’altra parte! » replicò l’altro, ignorando il consiglio.

« Finiremo nell’entroterra, così! »

« Sta zitto, conosco questa strada! C’è un canale qui vicino che arriva fino alla recinzione dell’aeroporto. Fidati di me. »

« Beh, non posso fare altrimenti… li hai tu i biglietti! »

 

***

 

Spike ed Angel sedevano uno accanto all’altro, stretti nei claustrofobici sedili di seconda classe.

Spike scrutava oltre il finestrino, studiando l’aeroporto, che si faceva sempre più piccolo man mano che il velivolo si alzava. La giornata soleggiata permetteva allo sguardo di spaziare fino al mare, e oltre l’orizzonte. La superficie brillava di luce e riflessi argentati, uno spettacolo semplice e straordinario insieme.

Spike lasciava il paradiso per la nuova Bocca dell’Inferno. Lasciava una ragazza qualunque per rivedere Buffy.

 

Nella sua mente ricostruì un ipotetico discorso con lei: « Sono tornato. Sì, sono umano… No, non è faticoso, è solo strano. E tu come stai? Andrew mi ha riferito che ci sono noie in paradiso… L’Immortale è già nella FI, la “fase infedele”? Beh, cosa ti aspettavi da quel damerino? Gli uomini come lui svolazzano di fiore in fiore… Ma, tranquilla, non perderesti granché lasciandolo. è un tipo noioso, pieno di boria, per niente adatto a te… Tu hai bisogno di stimoli. Io ti conosco… Come dici? Avrei dovuto avvisarti prima del mio ritorno? Beh, era complicato… Ero il fantasma di me stesso, allora. Non ero del tutto pronto ad affrontare le cose… Solo una curiosità Buffy, perché questo improvviso interessamento alla mia persona? Il mio ritorno ti turba?… »

 

Rivedere Buffy.

Eccitazione ed ansia gli agitavano il corpo, stringendogli lo stomaco in una morsa di ferro; le dita nervose giocavano con il portariviste del sedile di fronte, causando una serie infinita di sbuffi dal passeggero che lo occupava.

Angel era tutt’altro che eccitato. Accanto a lui sedeva un’anziana signora, che odorava di naftalina e sapone.

I profumi persistenti, combinati insieme, avevano lo stesso effetto dell’etere… lo stordivano, lasciandogli un senso di nausea.

In più la donna teneva una gabbietta tra le mani, dalla quale giungeva un miagolio furioso. Una povera palla di pelo lottava con le sbarre di plastica, desiderosa di fuggire (non dall’aereo, ma dalla padrona).

L’anziana fissò Angel in viso, dicendogli: « Lei è molto pallido. Si sente bene, ragazzo? »

Angel finse di non aver udito la domanda, aggiustandosi le cuffie. « Come? »

« È molto pallido! » insistette lei, ostinata.

« È costituzione! » rispose Angel, sul vago.

« Oh… » rispose la donna, incerta sul senso della risposta.

La donna si voltò nuovamente verso lo schermo, seguendo il film.

« Che uomo affascinante… così eroico… » commentò la donna, osservando il protagonista.

Angel fece lo stesso, ma guardò appena le scene che gli sfilavano davanti agli occhi… i film di Van Damme non erano il suo genere.

L’eroe (Van Damme) si scagliava da solo contro i nemici, sterminandoli tutti a suon di pugni, calci e pallottole, e sul finire, baciava la bellona di turno… bionda. I film d’azione erano così: eroe con canottiera troppo stretta e sudata, cazzuti avversari pronti a fare da tiri al bersaglio e una villa bianca con una ragazza dentro.

A lui non capitava mai… Tranne una volta, con Cordy…

Oh, ti prego. Non pensare a lei… Sei patetico! si disse.

Spike gli afferrò un braccio dicendogli: « Hai avvisato Giles del nostro arrivo? Dormiremo da lui? »

Angel scostò il braccio, infastidito. « No. Ho prenotato in un motel. »

« Dobbiamo decidere cosa fare! Voglio dire, loro non sanno nemmeno che sono vivo… »

« Andiamo, credi che Andrew non abbia parlato? » rispose Angel, noncurante.

« Ma non sa che siamo tornati umani. Devi mettere in conto che abbiamo perso i nostri poteri… e siamo uomini comuni e… »

« Quante paranoie… Era un rimuginare, quello? Non ci siamo scambiati i corpi, vero? » chiese Angel, semiserio.

« Ah… non provocarmi. Sono già nervoso! »

« Paura di volare? » chiese l’anziana vicina di sedile, sporgendosi oltre la spalle di Angel. « Ho delle gocce calmanti. Le ho date anche al mio Ercole. »

« Miaooooooo!!!! » gridò il gatto, implorando Spike con i suoi occhietti dorati. Le zampine graffiarono la plastica, impotenti.

Liberami dalla tardonaaaaa, sembrava urlare.

Spike osservò prima il gatto, poi la donna e disse: « No grazie. Mi sento già meglio. »

 

Dopo un attimo di silenzio Angel disse: « Comunque Spike, non dovresti pensare troppo a Buffy. è una Cacciatrice, e in quanto Cacciatrice è imprevedibile. Potrebbe prenderti a calci e rispedirti a Los Angeles, oppure usarti come l’ultima volta. In ogni caso, sarai impotente di fronte a lei e ti lascerai fare tutto quello che desidera. Tu sei così, ti lasci maltrattare. Hai la sindrome da zerbino. »

Spike rimase in attesa per qualche istante, fino a quando registrò l’insulto. Negli occhi azzurri si accese un lampo d’ira; le mani si mossero dalla custodia delle riviste, puntando i capelli del moro, con tutta l’intenzione di strapparli a ciocche… o appiattirli.

Angel era di un’altra idea. Diede un calcio nello stinco del biondo, costringendolo alla ritirata nel proprio sedile, furioso e frustrato.

« Sai, Angel, stavo cominciando a dimenticare i motivi per cui ti odio. Adesso mi è tutto chiaro… »

Angel parlò con tono tranquillo, per nulla turbato dallo sguardo omicida dell’altro: « Vedi, Spike. Non devi considerarla come una critica. Il tuo atteggiamento con le donne è perfettamente normale. Sei solo un po’ malato. »

« Il suo amico è malato? » chiese la signora, preoccupata. « Non è contagioso, vero? »

« No! » risposero entrambi, scocciati.

« È sicuro? Perché non vorrei che la malattia contagiasse tutti i passeggeri. Potrebbero dirottare l’aereo in un’area protetta e rischiare la quarantena. »

I due ex-vampiri la scrutarono esasperati.

« Oh, falla stare zitta! » si lamentò Angel, sfregandosi le tempie.

Spike sorrise e disse: « Signora, non sono malato. Il mio amico invece ha passato un brutto periodo… Sa, la sifilide… »

La donna si alzò dal sedile, e percorrendo il corridoio a tutta velocità, s’infilò nel posto libero più lontano, trascinandosi dietro il suo gatto, capovolto nella gabbietta. 

Angel si voltò verso Spike, e borbottò: « Idiota! »

« Beh, volevi che se ne andasse, no? »

« Io non ho la sifilide! Si muore per quella! » urlò, facendo voltare parecchie teste.

« Darla l’ha avuta… è possibile che tu l’abbia contratta… Sai, si trasmette per via sess... »

Angel non lo fece finire: « In questo caso dovresti preoccuparti anche tu, perché Drusilla e Buffy sono state prima con me… »

« È disgustoso! » borbottò il biondo.

« Te la sei cercata… noi vampiri non siamo famosi per la contraccezione! »

« Dov’è il sacchetto del vomito? » rispose Spike, sempre più nauseato.

 

***

 

L’aereo atterrò al "Cleveland Hopkins", sotto un acquazzone torrenziale.

Spike ed Angel scesero dalla scaletta, imboccando un corridoio. Poi si accodarono sul sul tapis roulant. Gli altri passeggeri si tennero a debita distanza, per evitare qualsiasi contagio, reale o immaginario.

« Prendiamo un taxi? » chiese Spike, osservando i vetri del salone, dal quale scendevano enormi rivoli d’acqua.

« Ho noleggiato l’auto. Dobbiamo solo ricondurre l’autista all’autonoleggio. »

« Come diavolo hai fatto a noleggiare un’auto a Cleveland da Tijuana? »

« Hey, ho una carta di credito. Posso noleggiare uno yacht sul Lago Erie, se mi va! »

« Hai una carta di credito? E perché diavolo non l’hai usata per saldare i conti del motel? »

« Hai visto il motel in cui eravamo? Era già un miracolo avere l’acqua corrente! Accettavano solo contanti in quella bettola! »

« Non era una bettola… era una residenza decorosa! »

« Certo, vivere in una cripta ha ridimensionato i tuoi standard! » esclamò l’altro, scendendo dal tapis roulant.

« La Mansione a Sunnydale non era certo il Ritz… e l’avevi scelta tu! » controbatté Spike, bloccandosi dietro Angel e ostacolando inconsciamente la fila di passeggeri. Il nastro trasportatore, che avanzava, costrinse gli altri passeggeri a camminare sui loro passi, in attesa che i due uomini si togliessero dal passaggio.

« La Mansione era sicura! Aveva un grande tavolo elegante con delle sedie antiche… e stanze spaziose per tutti! » ribatté il moro, incrociando le braccia, con l’atteggiamento autoritario, che contrastava in modo ridicolo con i buffi pantaloncini fiorati.

« Scusate signori… vorrei raggiungere le mie valigie! » si lagnò uno sconosciuto, alle spalle di Spike.

« Beh, devi chiederci il permesso? Corri a prenderle, no? » esplose Spike, scostandosi dal passaggio.

La fiumana di viaggiatori si mosse in gruppo, sbuffando e lamentandosi.

Spike urlò: « Procedete in fila, signori… come pecore… piccoli automi incravattati, figli del capitalismo! »

Un omone di due metri (incravattato) tornò sui suoi passi e si avvicinò al biondo, minaccioso e imponente.

« Che hai detto, tappo? »

« Ho detto che siete come automi… oww! »

Una gomitata nel fianco lo fece tacere. Angel lo fissava con gli occhi spalancati, suggerendogli di lasciar perdere.

Il biondo naturalmente lo ignorò: « Che diavolo c’è adesso? Questo Big-Foot mi provoca. Voglio dargli una lezione! »

« Spike? Ricordi quando ho accennato alla tua nuova natura? Alla metamorfosi? » ammiccò, speranzoso.

« Ow… forse non ti davo retta! » e con totale indifferenza Spike diede un pugno nell’enorme torace del “non tanto piccolo” automa incravattato. Spike si accorse subito del cambiamento. L’omone non fece una piega, rimanendo ben piantato per terra. In compenso Spike sentì le proprie nocche scricchiolare.

Lo sconosciuto restituì il pugno, mirando all’occhio di Spike, con precisione chirurgica.

Poi il buio.

 

***

 

Cleveland, quartiere residenziale di Bentleyville, ore cinque del pomeriggio.

« Tu resta in macchina. Giles è abituato alla mia presenza! » disse Spike, trattenendo Angel nel suo sedile, e, nel contempo, premendo il sacchetto del ghiaccio sull’occhio pesto.

« Vorresti incontrare Giles in quello stato? Non si farà una bella opinione del “Nuovo Spike”! »

« Certo, perché Rupert non vede l’ora d’incontrare l’assassino della sua ex… in un giorno radioso come questo! » insinuò Spike, additando il cielo plumbeo, tormentato da una pioggia incessante.

Angel fissò gli ampi rivoli che scorrevano sul parabrezza, l’espressione pensosa. « Forse hai ragione… è meglio che ti fai avanti tu. Se qualcosa non funzionasse potrei sempre fuggire in auto… »

 

Spike suonò il campanello, spostando il peso del corpo da un piede all’altro.

Diede un’occhiata al cielo, scuro e tetro come in certi film che annunciavano catastrofi. Nemmeno un raggio di sole penetrava nella cortina grigia. L’aria era soffocante e irrespirabile. Un presagio?

Deglutì più volte, lisciò i vestiti stropicciati e fradici, si diede una pettinata ai ciuffi ribelli, per prepararsi al meglio.

Frugando nella propria testa, cercò di radunare un pensiero coerente.

Oltre la porta bianca della villetta sentì dei passi farsi sempre più vicini. Spike trattenne il fiato, rimpiangendo la sua maledettissima natura umana, che richiedeva costantemente ossigeno. Si sentì quasi svenire, quando una piccola figura in vestaglia s’intravide appena, nella penombra ovattata dell’ingresso.

« Buffy? » chiese, incerto, ai limiti del soffocamento interiore.

« Spike! » rispose una voce sottile. Qualcuno attraversò la soglia, abbracciando il nuovo arrivato con calore. « Oh mio dio… sei proprio tu! »

« Andrew? » rispose Spike, allontanando le braccia protese, infastidito.

Diede uno sguardo sgomento al giovane in piedi. Andrew indossava una vestaglia di velluto bordeaux, vecchio stile, e il suo naso era coperto da un cerotto per facilitare la respirazione.

« Entra pure… Gradisci una tazza di tè? »

« No. Dov’è Giles? Devo parlargli. È urgente. »

« A quest’ora fa il suo riposino. »

« Come sarebbe? È un Osservatore, ed è inglese. Non può dormire alle cinque! Deve addestrare le cacciatrici… o intrattenere noiose conversazioni davanti ad una tazzina… »

« Ci sono io a sostituirlo! » disse Andrew, tutto orgoglioso. « Le ragazze mi considerano un esperto nel campo! »

« Andy, dove hai nascosto le mie mutandine, idiota? » sbottò un’altra voce, acuta.

« Dru, non ti ho ancora presentato il mio amico… »

Riconoscendo il nome, Spike spalancò gli occhi. Attese l’arrivo di Drusilla, chiedendosi cosa ci facesse a Cleveland in casa di Andrew e Giles ma… una ragazzina dai capelli neri entrò nel campo visivo, emergendo dalle ombre del corridoio.

Spike la fissò confuso. « Dru? »

« Deirdre, ma tutti mi chiamano Dru. Come la malefica vampira pazza… sai, per i capelli… »

« Oddio… dove diavolo sono finito? » si lamentò Spike, spostando il ghiaccio dall’occhio nero alla testa.

La giovane Cacciatrice fissava Spike con espressione interessata, poi chiese ad Andrew: « è tuo fratello Tucker? Non ti somiglia affatto. È così maschio… » detto questo toccò un bicipite con aria d’apprezzamento.

« Sono Spike! » si presentò il biondo, con voce volutamente bassa.

« Ow… Quello Spike? Lo Spike di Drusilla? » chiese Deirdre, emozionata.

« In persona, piccola. »

Un paletto balenò nell’aria, fermandosi ad un centimetro dal cuore. Spike lo afferrò, cercando di scostarlo. Fu tutto inutile. La forza della giovane cacciatrice era molto superiore alla sua…

Era umano, adesso… e debole. Che sfiga…

« Abbassa il paletto. Sono diverso, adesso. »

« Dru, lui ha un’anima! Sta dalla nostra parte! è un vampiro buono! »

« Non devo incatenarlo nello scantinato e controllare cosa nasconde sotto le lenzuola? » chiese speranzosa.

« No! » esclamò Spike, severo.

Andrew si strinse nelle spalle: « Scusala, è stata Faith a addestrarla… le ha messo in testa delle strane idee sulla tua permanenza in casa Summers… »

« Capisco… Ma passiamo a cose serie… ci sono grosse novità. Non sono solo! »

« Un’altra cacciatrice pazza? »

« No, Angel. È con me. »

Andrew lo fissò perplesso. « Oh… quando vi avevo consigliato di “andare avanti” intendevo suggerirvi di frequentare altre donne! Ma se avete scelto questa nuova “strada” non ho niente da ridire. Ho vissuto con Willow, sono abituato ai cambiamenti. »

« Piantala, idiota! Angel è là fuori, in macchina. Io e lui dobbiamo parlare a Giles dell’ultima battaglia a Los Angeles. E dello Shanshu! »

« Shanshu che? »

 

***

 

Giles sbadigliò, infilando le mani nelle tasche della vestaglia di raso nero. Erano le cinque e mezzo del pomeriggio a Cleveland, ma l’Osservatore aveva ancora sonno.

La visita dei due vampiri nell’ora del suo riposino quotidiano non gli era piaciuta granché. Entrambi avrebbero voluto discutere di faccende importanti e Apocalissi sventate. Ma l’Osservatore era un essere umano che aveva superato la cinquantina, vicino all’età pensionabile… e voleva solo dormire! Quindi li aveva spediti nell’unica stanza libera della villa: il seminterrato, rimandando tutto al dopocena.

Spike ed Angel erano scesi nello scantinato, sotto gli occhi curiosi di dieci adolescenti… le “temibili” cacciatrici bambine… addestrate da un improbabile Osservatore in erba (Andrew).

 

***

 

« Dunque avete vinto questa specie di Battaglia campale, ma la gente vi considera dei volgari piromani. »

« Sì. Abbiamo bisogno di protezione… » commentò Spike.

« Solo per un breve periodo, naturalmente! » aggiunse Angel, studiando l’espressione impenetrabile dell’Osservatore, in attesa di una risposta.

« E tutti i tuoi aiutanti, dove sono finiti? Ho saputo dal consiglio che Wesley è stato ferito a morte da un demone… Ma Gunn, l’avvocato? » lo interrogò Giles, con fare inquisitorio.

Angel assunse un’espressione grave. « È in coma farmacologico a Los Angeles. Ha riportato gravi lesioni… ma ce la farà. »

Detto questo si alzò, puntando la cucina.

Aveva bisogno di mettere una certa distanza tra il nuovo se stesso e l’ex di Jenny Calendar. Lo sguardo dell’Osservatore non prometteva niente di buono. La freddezza glaciale non sarebbe mai scomparsa tra loro… e Angel lo capiva.

« E quella ragazza tanto sexy? La signorina in blu? » chiese Andrew, incrociando le braccia.

« Illyria? Non ce l’ha fatta. Ha avuto la cattiva idea di fare l’eroina. Era circondata dai demoni; ne ha sterminati una cinquantina, ma poi è caduta… è stato orribile; c’erano pezzi di carne dappertutto… » mormorò Spike, scrutando il caminetto acceso, nel quale un piccolo fuoco richiamava alla memoria l’Incendio. E il sacrificio di Illyria… o forse di Fred… non ne era sicuro.

Povere ragazze… entrambe destinate a finire male… Una prigioniera dell’altra…

Poteva ancora ricordare l’odore intenso del sangue di quell’esile corpo straziato. Per la prima volta, da quando era vampiro, aveva sentito un opprimente senso di nausea…

E poi c’era stata quella grande luce… e la voce di una donna familiare… Era Cordy o forse sua madre? Ancora adesso non riusciva a ricordare con lucidità. 

Si era svegliato umano, con il sole negli occhi e le sirene dei pompieri che giungevano da lontano.

Angel era strisciato sull’asfalto, raggiungendo il corpo di Spike, ancora steso a terra, sanguinante. Scotendogli una spalla lo aveva strappato dallo smarrimento. « Ci hanno visto! Dobbiamo andarcene! »

Solo allora aveva sentito altre voci… voci umane: « Sono stati loro! Hanno appiccato l’incendio! Prendiamoli!!! »

E poi c’era stata la fuga precipitosa…

 

Il suono di un campanello distolse Spike dalle immagini della Battaglia. Angel rientrò in salotto, accomodandosi nella poltrona, nella postazione più lontana da Giles.

La pendola scandì i suoi rintocchi, per bloccarsi sull’ora esatta: le sei e mezzo della sera.

« Vado io » suggerì Andrew, con l’atteggiamento di chi era abituato a fare da maggiordomo.

Si diresse alla porta, e la aprì di poco, per guardare il visitatore.

« Giles? » chiese allora Andrew, incerto, richiamando l’attenzione dell’Osservatore.

L’inglese parve ignorarlo, ma Andrew provò ancora, con voce più sicura: « GILES? »

Gli occhi dell’uomo si sollevarono, prima scocciati, poi sorpresi.

Spike seguì lo sguardo dell’Osservatore, puntando la porta, spalancata. Socchiuse gli occhi. La luce solare era intensa, nonostante l’ora tarda.

Gli parve di vedere un lampo biondo. Allora si alzò di scatto. Puntò l’ingresso, gli occhi spalancati.

« Buffy… »

 

L’interessata stramazzò al suolo.

 

Dietro di lei, un’altra capigliatura femminile attrasse la sua attenzione: Dawn entrò nella villa con la sua camminata energica, fissando appena gli uomini della casa, distratta.

« Buona sera a tutti. Siamo tornate negli States una settimana fa, ma siamo potute venire solo oggi… »

Gli occhi di Dawn corsero di scatto a Spike. Lui era accovacciato su Buffy, intento a sollevarle il volto dal pavimento, rigirandole il corpo scomposto.

« Spike… oh Cristo! » aggiunse Dawn, in italiano.

« Ecco. Lo hai detto! » disse Andrew, riconoscendo la lingua.

Spike ignorò entrambi, issando Buffy tra le braccia, ancora svenuta. La portò sul divano. 

In pochi secondi diverse teste femminili spuntarono dalle scale. Le giovani cacciatrici scesero dal piano superiore e accerchiarono Buffy, osservandola come fosse un oggetto raro.

« Lo sapevo che era bionda… » disse Deirdre, scostandosi una ciocca di capelli nerissimi dalla fronte.  

Spike ignorò la folla dirigendosi in cucina. Tornò poco dopo, sorreggendo un bicchiere d’acqua. Anziché farlo bere a Buffy glielo gettò in faccia, senza tanti preamboli.

Lei si riprese quasi subito, annaspando per il lavaggio. « Chi è l’idiota? » gridò, guardandosi intorno.

Focalizzò Spike, che la fissava con espressione preoccupata; allora farfugliò: « Oh mio Dio, oh mio Dio, oh mio Dio… »

« Credo l’abbia capito, ormai… »

Gli toccò un braccio, come per accertarsi che Spike fosse vero. « Perché non me lo hai detto? » chiese lei, incredula.

« Pensavo che se te lo avessi detto avrei rovinato tutto… il mio sacrificio per te sarebbe stato inutile… »

« Chi ti ha messo in testa questa idiozia? Angel? »

« Veramente no…Ha fatto tutto da solo! » mormorò una voce da un angolo del salotto. Buffy guardò Angel per qualche secondo, incredula che vi fosse anche lui.

Una strana riunione.

Nessuno sapeva cosa dire.

Nessuno, tranne la Cacciatrice.

Buffy si rivolse a Spike e sbottò: « Dove diavolo sei stato per tutto questo tempo? »

« Da Angel! » rispose lui, monosillabico.

« Da me! » confermò il moro, con lo stesso tono.

Buffy sbuffò, come se quella risposta fosse scontata. Socchiuse gli occhi, guardinga. « Ti ha raccontato la storia del biscotto, giusto? Ti ha detto che non ero ancora cotta… e tu gli hai creduto. Dio, siete così ottusi a volte… »

« Come? » domandarono all’unisono i due ex vampiri.

« La storia del biscotto troppo cotto, andiamo!!! » insistette lei.

Spike scosse la testa, come per schiarirsi le idee; poi parlò: « Beh, lui ha accennato a qualcosa ma, pensavo delirasse come suo solito e… perché “biscotti”? » chiese d’un tratto, smarrito.

« Io gli ho detto che… ero pasta per biscotti… e non ero cotta a sufficienza… »

« Sì ma, perché “biscotti”? » insistette ancora Spike, confuso.

« Perché… oh, dovevo inventare un pretesto credibile; non potevo dirgli di restare amici… Tu stesso, una volta, hai detto che io ed Angel non saremmo mai stati amici… »

« Beh potete essere perfetti nemici, però… odiatevi pure! Stando lontani il più possibile, è ovvio… » aggiunse Spike, pescando la sua primitiva gelosia.

Buffy sollevò gli occhi al cielo.

« Io sono ancora qui!!! » provò Angel, sentendosi trasparente d’improvviso.

I due biondi erano persi nel loro discorso, escludendo gli altri.

Spike si alzò in piedi, guardando Buffy dall’alto in basso. « Quindi gli hai detto che eri un biscotto ancora crudo e lui c’è cascato… Sapevo che era un idiota. Sono anni che lo so. In ogni caso, tornando ai biscotti… io amo i biscotti! Cotti, crudi… non importa. Io amo i biscotti!! » ripeté, convinto.

Buffy arrossì, imbarazzata dalla metafora.

« Io sono ancora qui!!! » insistette Angel, sempre più contrariato.

In quel momento Buffy e Spike realizzarono di avere un pubblico. Le cacciatrici erano alle spalle di Spike, e si scambiavano occhiate maliziose e incredule; Dawn, Giles ed Andrew sedevano sul divano, osservando lo sviluppo della faccenda. 

Ma Giles decise d’intervenire, con una sparata delle sue: « Posso confermare. Quando stava da me, mi ha svuotato la dispensa! Altro che sangue… Spike è un patito di biscotti! »

Buffy scrutò il suo Osservatore, stentando a riconoscerlo.

Era un alieno? Un demone? Oppure una vittima dell’andropausa?

« Grazie Rupert! » disse Spike, contento di avere un sostenitore.

L’inglese aggrottò le sopracciglia e disse: « Naturalmente non approvo. Sono un Osservatore, dopo tutto. »

« Oh, Giles… ancora con quelle fisse? Cerchi di essere tollerante! » disse Dawn. « A proposito, devo raccontarvi del mio soggiorno a Roma… » provò, per alleggerire l’atmosfera.

« E l’Immortale? » chiese Andrew a bruciapelo, rivolgendosi a Buffy.

« Chi? » chiesero le cacciatrici, in coro.

E Spike, con fare indagatore: « Appunto. E l’Immortale? »

Buffy assunse un’espressione seccata. Poi sollevò il mento, fiera: « è tutto finito. Non poteva funzionare. Ci siamo lasciati nel migliore dei modi. Secondo la precisa volontà di entrambi… »

Dawn decise di intervenire: « Se si fosse svegliato, ti avrebbe visto fuggire dalla sua villa nel cuore della notte… Magari non era d’accordo… »

« Dawn!!! » la zittì la sorella, sempre più nervosa.

Dawn ignorò l’ammonimento della maggiore, e continuò: « Ah, Buffy, non era una gran perdita… Non posso affermare di essere dispiaciuta per lui… Era una tale palla quell’uomo! »

Giles scrutò Dawn, sorpreso dal linguaggio terra terra.

Buffy si sentì in dovere di giustificare la sorella: « è stata in Italia… ha assunto un certo slang giovanile… »

Dopo questa frase cadde un silenzio, colmo d’imbarazzo. Buffy cercò di rialzarsi, ma le gambe sembravano di gesso. Spike le afferrò una mano, tirandola in piedi.

Angel si alzò dalla poltrona, infastidito da quel gesto, che poteva nascondere una certa intimità… almeno dal suo punto di vista.

 

I due biondi rimasero là, in piedi, al centro dell’attenzione. Come ai vecchi tempi. Solo che i vecchi tempi erano già passati e le cose erano diverse. Maledettamente diverse.

« Dobbiamo parlare. Da soli! » dichiarò Spike, dando le spalle a tutte le facce curiose che si allungarono verso di loro. « Saliamo al piano di sopra. Tutta questa folla mi sta dando alla testa! » insistette.

E Andrew: « è qualcun’altra che gli dà alla testa! »

Spike gli regalò un’occhiataccia delle sue, ma trascinò Buffy al piano superiore. La Cacciatrice stranamente non si oppose.

Le altre cacciatrici fecero per seguirli ma Giles disse: « Ah!!! Lezione numero… »

« 568! » suggerì Andrew.

« Ecco… La Cacciatrice è destinata a combattere da sola le forze del male… ma quando le cacciatrici sono in eccedenza si può soprassedere… avanti, fuori! Siete tutte di ronda stanotte! »

« Ma Giles, è ora di cena! » si lamentò una delle ragazze, scrutando la pendola.

« Il male non ha orari! È attorno a noi! » mormorò Giles, gli occhi celati dal riflesso dei suo occhiali.

L’espressione lugubre dell’Osservatore le convinse ad andare di ronda… al vicino fast food.

Dawn parlò in quel momento e disse: « Ho bisogno del bagno! La trattengo dall’Italia… »

Andrew la fissò e disse: « Wow… forte! »

 

***

 

« Quindi non conosci gli sviluppi… La storia del “ti amo” detto da Buffy… » provò Andrew, passando un bicchiere ad entrambi i presenti.

« Quale “ti amo”? » chiese Angel, stranito.

« Potremmo lasciare perdere? » provò Giles, dando una sorsata al suo whisky.

« No, grazie! » replicò Angel, sempre più attento.

Andrew si lanciò sul divano, tra i due uomini. Poi, voltando la testa, si rivolse ad Angel, con fare cospiratorio. « Beh… Buffy lo ha raccontato a Willow, che lo ha raccontato a Xander, che lo ha raccontato a Dawn… che lo ha raccontato a me. »

« Quale “ti amo”? » insistete Angel, spazientito.

« Buffy glielo ha detto… alla fine è riuscita a dirglielo… »

« A chi? »

« A Spike!!! » gridò Giles, senza il solito rigore britannico.

« Non è possibile… ci sarà stato uno sbaglio… »

« Nessuno sbaglio, credimi… Solo che Spike le ha risposto che non ci credeva e… » commentò Andrew, con fare indiscreto.

« Dammi dell’altro whisky! » si lamentò Angel, sfregandosi gli occhi.

Andrew allungò la mano e afferrò la bottiglia. Tentò di riempire il bicchiere, ma Angel gliela strappò di mano, tracannando il liquore come fosse acqua.

Ringraziò la propria natura coriacea d’irlandese… era appena tornato umano e già percorreva la strada verso la cirrosi.

 

Una bottiglia dopo…

« Mi aveva detto di aspettarla… Io e lei saremmo rimasti insieme. “Buffy ed Angel”… Sentite come suona bene? “Buffy e Spike”, invece, suona come quelle pubblicità di cibo per gatti… »

Angel era sdraiato sul divano, visibilmente ubriaco e depresso, un braccio di traverso, per coprire la faccia. Andrew mostrava tutta la sua comprensione, dandogli delle brevi pacche sulla spalla, consolatorie. Giles, invece, non nascondeva una traccia di compatimento.

« Lei doveva scegliere tra noi due… ed io ero sicuro che avrebbe scelto me! Io sono il suo primo amore, no? Il primo amore non si scorda mai! »

« Credo che Buffy abbia conosciuto qualche ragazzo prima di te… è pur sempre californiana, no? » disse Andrew, strappando un grugnito dal ragazzo moro.

« Ah, lo sapevo! Buffy mi ha dato solo guai… Dalla prima volta che l’ho vista, con quel maledetto lecca lecca, dovevo capire che tipo era…»

Giles si sfregò gli occhiali, confuso. « Lecca lecca? »

« Sì! Lei era così giovane… ed io così stupido… Ero convinto che non si sarebbe mai decisa tra me e Spike… perché lei aveva scelto così… di lasciare tutto in sospeso… e noi due, lo avevamo accettato… Eravamo andati avanti!!! »

« Il triangolo, no! Non l’avevo considerato! » canticchiò Andrew, in italiano.

Angel ruotò la testa di scatto, fissandolo in cagnesco.

« Scusa, l’ho sentita a Roma… mi sembrava appropriata! »

« No, che non lo è! Lei è di sopra con Mr Peroxide! Non c’è nessun triangolo! Con tutti gli uomini che poteva scegliersi… proprio Spike! »

« Beh, ha una personalità che può piacere… Ha un certo stile… » provò Andrew.

« Fanculo! » borbottò Angel, scattando verso la porta d’ingresso.

Andrew fece per fermarlo, ma Giles lo bloccò: « Deve assimilare il cambiamento… gli serve tempo. »

« No, non hai capito, Giles… Fuori c’è ancora il sole!!! » urlò Andrew, correndo dietro al moro, preoccupato di trovarlo al rogo.

L’Osservatore e il suo aiutante si bloccarono sulla soglia, osservando un Angel, procedere a zig zag su un marciapiede di Bentleyville sotto il tardo sole del tramonto… vestito con un paio di bermuda fiorati (che notarono per la prima volta).

« Forse il whisky rende immuni ai raggi del sole! » provò Andrew, incerto.

« è chiaro, dev’essere successo qualcosa… Ecco perché lui e Spike sono tornati! » intuì Giles, abbandonando la sua vestaglia sul divano, per inseguire Angel.

Andrew fece lo stesso.

Dawn uscì dal bagno, lavata e rimessa a nuovo. Non trovando anima viva, si buttò sul divano, guardando la quarta replica di Dawson’s Creek.

Quanto gli era mancata l’America. Quanto gli era mancato Spike.

Guardò il soffitto, in ascolto. Nessun rumore ritmico veniva da una delle camere del piano di sopra… strano…

 

***

 

Spike e Buffy sedevano uno di fronte all’altra. Muti.

Il ticchettio dell’orologio risuonava nel silenzio pesante. Il suono della televisione giungeva dal piano inferiore, attutito dalle pareti…

« Oh, voglio che la mia prima volta sia speciale! » affermò Dawson, con la sua vocina da sedicenne represso. Pacey rispose all’amico: « Tamara mi ha fatto cambiare idea… »

 

Gli occhi azzurri di Spike studiarono Buffy: era abbronzata, fresca come una rosa, rilassata. Una nuova Buffy. Non vedeva quella particolare attitudine dal loro primo incontro, quando la Cacciatrice era ancora circondata dagli affetti e i problemi sembravano lontani…

« Sei un fiore, Buffy! » le disse, sincero, incrociando gli occhi di lei. La Cacciatrice distolse lo sguardo, imbarazzata.

In quell’estate la ragazza aveva sentito decine di complimenti… da perfetti sconosciuti e dal suo ragazzo. Ma nessuno l’aveva messa a disagio… Il complimento di Spike invece le provocò un brivido di piacere.

Oh no… non poteva esserci cascata di nuovo…

 

Il biondo rimase in attesa, cercando di leggere le emozioni sul viso di lei.

Imbarazzo? Possibile?

Spike desiderò baciarla, per vedere come avrebbe reagito. « Dovremmo parlare… »

Si allungò verso di lei, sporgendo le labbra, ma ottenne un leggero colpetto sulla testa.

« Parlare significa parlare! » gli disse lei, inflessibile.

Spike sospirò di sollievo. Buffy non era cambiata.

 

Lo guardò. Era diverso. Più… giovane?

Aveva qualcosa di strano…

Gli occhi più azzurri, i capelli più ribelli, il volto più… bello, ma non nell’aspetto, quanto nell’espressione.

Strano davvero… Buffy osservava quelle spalle magre, torturandosi il cervello.

Era confusa. Cosa diavolo gli era successo per trasformarlo in una creatura diversa?

Spike non era più Spike… o meglio, era un nuovo… uomo?

 

***

 

« È evidente che Spike ama Buffy. Hai visto come si guardavano? E Spike? Gli tremavano le mani! è innamorato di quella ragazza. È giusto che stia con lei. »

« Non voglio ascoltarti! Chi diavolo sei per venire a curiosare nelle mie questioni personali? » domandò Angel, spazientito.

« Forse non sarò un grande esperto nei rapporti umani, ma riconosco i veri sentimenti, quando mi passano sotto il naso! » sbottò Andrew, stranamente sicuro.

« Buffy deve parlare anche con me. è un mio diritto! Giles, glielo dica anche lei… racconti al nanetto qui com’era profondo il mio amore per la sua protetta… »

Andrew afferrò un braccio di Angel e disse: « Non stiamo parlando dei sentimenti di Buffy. Parlo di quelli di Spike. Lui ha i tuoi stessi diritti con Buffy… »

« Buffy parlerà anche con me; poi vedremo chi sceglierà! E adesso sparite, voglio stare solo! »

Giles lo osservò, mentre si allontanava nel viale, evitando un’auto per miracolo.

 

***

 

Se parlare significa parlare, perché nessuno dei due riusciva a formulare una frase intelligente?

Dopo un buon quarto d’ora di frasi a singhiozzo sulla stranezza del tempo e il progressivo innalzamento della temperatura del pianeta, Buffy aveva suggerito di chiarire in un altro momento, in territorio neutro. 

« Alle undici, al cimitero qui vicino! » gli aveva detto.

Entrambi erano troppo sorpresi dall’incontro, per chiarirsi. E, nel caso di Spike, era stato preso da una tale trepidazione per l’arrivo di Buffy da aver trascurato tutto il resto... non le aveva neppure detto di essere umano!

 

Spike scese dalle scale, con Buffy al suo fianco, che evitava accuratamente di guardarlo.

Spike osservò l’abatjour accesa accanto al divano, e disse: « Carino l’arredamento, vero? »

« Mmh, molto inglese… »

« Vuoi dire che gli inglesi sono carini? » la stuzzicò lui.

Lei lo guardò e basta. Gli occhi dicevano tutto…

 

I due biondi trovarono Dawn, ancora sul divano, intenta a sgranocchiare schifezze.

« Dawn? È ora di tornare al residence. »

« Così presto? Avete già chiarito? »

Si guardarono incerti e Spike disse: « Veramente no… ma lo faremo più tardi… »

« Oh, capisco, volete un po’ di privacy… »

« No, non hai capito niente! » sbottò Buffy, imbarazzata.

« Non sono più una bambina, sai? Non mi scandalizzo! »

Buffy le diede un’occhiataccia, ma Dawn continuò, per nulla preoccupata: « Io vorrei rimanere qui, con Giles… Il residence è orrendo e qui ci sono molte stanze… dormirò con le altre ragazze. »

« Ma Giles ha già problemi con le cacciatrici… »

« Dormirò sul divano, allora… Ti prego, solo per una notte! Ho promesso ad Andrew di aggiornarlo sui pettegolezzi in Italia… »

« Ok, come vuoi… ma io torno al residence. »

Buffy si diresse alla porta, e voltandosi verso Spike, disse: « A dopo? »

« Sì. »

E Buffy lasciò la villa.

Spike rimase lì, in piedi, a fissare la porta chiusa. Dawn parlò, rivolgendosi a lui: « Le hai detto che sei diverso? »

« Come? »

« Beh… quando hai fatto rinvenire Buffy eri in pieno sole. Gli altri non se ne sono accorti, ma io sì… »

« No, non gliel’ho detto… » ammise Spike, dandosi dell’idiota.

« Io ho la bocca cucita… ma credo sia una cosa importante… potrebbe cambiare le cose. »

 

Proprio in quel momento Andrew e il signor Giles fecero il loro ingresso.

« Angel è piuttosto stravolto… è là fuori, ubriaco! »

« Potrebbe decidere d’ammazzarsi… » disse Andrew.

Spike spalancò gli occhi e comprese. « Così avete scoperto il nostro segreto? »

« Vostro? » chiese Giles. « Anche tu sei…? »

« Già. Umano. La profezia… »

« Capisco… »

« Dovresti andare tu da Angel… Ha rifiutato il nostro aiuto, ma nello stato in cui è potrebbe compiere un gesto estremo. »

« Ah… al massimo potrebbe sbattere contro un palo… » sbottò Spike, mentre si dirigeva all’uscita.

 

Spike era furioso. 

Doveva essere lui l’ubriaco della “famiglia”… Lui si aggirava infelice per i vicoli, piangendosi addosso perché Buffy lo faceva soffrire! Angel avrebbe dovuto rinchiudersi al buio, in una stanza, a rimuginare sulle sofferenze della sua anima…

Spike camminava da mezz’ora, ormai, e di Angel nessuna traccia.

E l’appuntamento con Buffy rischiava di saltare!

Cosa fare? Abbandonare Angel a se stesso e correre da Buffy o cercare il moro per tutta Cleveland e giustificare la sua assenza con la Cacciatrice?

Annusò l’aria, ma ricordò che i propri sensi si erano ridotti parecchio. E Angel non portava profumo…

Essere un semplice umano era frustrante. Avrebbe dovuto contare sull’istinto…

Doveva fare la cosa giusta. E la cosa giusta era trovare quel depresso del suo amico… E dargli una botta in testa.

 

***

 

Una Buffy infuriata abbandonò il cimitero, camminando lentamente, sui tacchi scomodi. Si abbassò l’orlo del vestito rosso, preoccupata che qualcuno potesse scambiarla per una passeggiatrice. 

Buffy sbuffò. Spike era tornato… e le aveva dato buca!!!

Le sembrava di vivere tra sogno e realtà.

Si diede un pizzicotto, per poi lamentasi di dolore. 

No, non stava dormendo. Lui era tornato. E l’aveva già fatta arrabbiare!

Tipico di Spike.

Gli uomini come lui… ops, i vampiri come lui, non potevano cambiare. Tante moine, occhiate intense colme di promesse e… grosse fregature!

Aveva trascorso mezz’ora nei preparativi. Si era lavata fino a scorticarsi la pelle, aveva indossato un vestito sexy, si era truccata, aveva persino arricciato i capelli…

No, non l’aveva fatto per lui. No… Si era preparata con tanta cura solo per dimostrare che il tempo trascorso non aveva lasciato nessuna traccia su di lei…

E lui le aveva dato buca!!!

Zoppicando un po’ si bloccò di scatto, osservando una figura che avanzava nel viale.

Angel.

« Oh no, non adesso… non vestita così! » bisbigliò, quasi a se stessa.

Angel sollevò gli occhi vacui e disse: « Oh, fantastico… ecco Elena che ha scatenato la guerra! »

« Sei ubriaco? »

« Oh, sì… decisamente. Posso permettermi di farlo, adesso. Sì, un uomo può ubriacarsi e può sbagliare… perché ha un’anima… perché non è un demone… »

Buffy cercò di seguire il discorso contorto. Qualcosa le sfuggiva. E doveva essere importante.

Angel si abbandonò su una panchina, inclinando la testa all’indietro, visibilmente stanco. Ad occhi chiusi iniziò a parlare: « Così, ti sei innamorata… »

« Io… »

« Una semplice domanda, Buffy, per una semplice risposta. Tu ami Spike? »

« Mi dispiace, le cose sono cambiate e… »

« Non potresti essere sincera con me, per una volta? Ti sembro così stupido da non accettare un duro colpo? Ami o non ami Spike? » chiese, con una voce che divenne stridula, ma piena di sofferenza.

« Ti prego, Angel… »

« Ti prego, Angel? Che vuol dire? Ti ostini a non rispondere… Eppure, io e lui te lo abbiamo detto… magari in modi diversi… Ma non ci siamo mai vergognati di ammettere che… tu eri speciale. E lo sei ancora adesso… anche vestita in quella maniera! »

Buffy diede un’occhiata al suo abbigliamento e sbottò: « Che cosa non va nel mio vestito? Hai visto i tuoi pantaloncini? »

Angel diede una smorfia e infierì: « Se qualche automobilista ti vedesse da sola, sul marciapiede, potrebbe chiederti quanto vuoi per un’ora! »

« Adesso sei offensivo! »

« Cosa pretendi? Sei sempre troppo esigente in fatto di uomini… pretendi il massimo! Non sono un principe azzurro… anche se mi chiamo “Angel”… Non sono sempre irreprensibile… e ho il sacrosanto diritto di sfogarmi, qualche volta! Mi sembra il momento giusto! »

Silenzio.

 

« Lo amo » disse lei, all’improvviso, osservando il profilo pallido dell’altro uomo.

« No, non lo ami… » replicò l’altro, aggrappato a un’illusione.

« Mi spiace, ma è così. Che stupida… l’ho capito solo quando è morto… Mi sono sentita morire un po’ anch’io… »

Angel agitò una mano, per farla tacere. « Basta, non dire altro. Finalmente sei stata chiara… Ora potrò andare avanti… Certo, se ti accorgessi che Spike è un idiota, buono a nulla, troppo magro e con un sacco di vizi disdicevoli, fai un salto a Los Angeles. Sarò sempre là… Con un nome come il mio non posso vivere da nessun’altra parte, senza sembrare gay… »

Buffy sorrise e si abbassò, per dargli un bacio sulla guancia.

« No, non è il caso… i baci consolatori non fanno per me… confondono le idee… Non voglio essere illuso. E tu, cara Buffy, sei una campionessa nell’illuderci… »

Adesso Buffy lo guardava per la prima volta. Angel sembrava diverso… più raggiungibile… più vero… più umano…

Con passo malfermo l’uomo si alzò dalla panchina, lasciandosi Buffy alle spalle.

« Angel… cosa vi è accaduto? » le urlò dietro lei.

« Siamo umani… Per qualcuno era il momento giusto; per me è troppo tardi… » rispose lui, senza voltarsi.

Sul viso del moro si dipinse un sorriso amaro.

Che tristezza, aveva appena riavuto un cuore e già si era spezzato in due.

 

***

 

Ore undici e trenta…

« Buffy? » provò, con una nota bassa e sexy.

Una voce assonnata rispose al cellulare: « Spike? »

« Sì, sono io! » confermò lui con voce più naturale.

« Vai al diavolo! È tardi. Avevamo un appuntam… un incontro. Ma lo hai bruciato! »

« Buffy, per favore… Ti ho fatto una promessa e intendo mantenerla. Verrò da te e parleremo. Per ore. E anche giorni se necessario. »

« Fottiti, Spike! »

« Sei un amore, Cacciatrice. Potrai fottermi tu quando sarò lì con te. » le suggerì, esplicito.

« Non sei cambiato. »

« Lo so. »

« Ah… »

« Buffy, non riattaccare… » ma la ragazza chiuse la conversazione.

« Sarò da te tra poco, Cacciatrice… Devo solo recuperare Angel! » mormorò a se stesso, posando distrattamente la cornetta. Questa cadde dall’apparecchio, ma Spike la ignorò, avviandosi nel vicolo scuro, con passo deciso.

 

***

 

Spike giunse alla stazione, appena in tempo per vedere Angel acquistare un biglietto, nell’angusta biglietteria di Bedford. L’ultimo autobus era già pronto accanto alla banchina, in attesa di partire.

L’autista sbadigliò, assuefatto ai passeggeri ritardatari.

Spike sollevò gli occhi, incrociando quelli scuri di Angel; l’altro si bloccò sui suoi passi.

« Cosa vuoi? » chiese il moro, rissoso.

« Parlarti. »

« Sappiamo entrambi come finirà… ho una gran voglia di spaccarti il naso! »

« Forse dovresti… ma ricorda che sono umano, adesso. Ci vorrebbero parecchi mesi e una rinoplastica per tornate come nuovo. »

« È per quello che vorrei spaccarti il naso! Per sfigurarti in modo definitivo! »

Il biondo sorrise, per nulla turbato dallo sfogo.

 

Aveva sognato mille volte di avere la meglio su Angel… e godere della propria superiorità… ma adesso non provava nessuna soddisfazione.

Si erano fatti la guerra per tanti anni… Uno abituato alle paranoie dell’altro, ai difetti, alle cattive abitudini, alle astuzie… Sapevano ferirsi a vicenda, trovare le parole giuste per colpire in maniera sottile e dolorosa… ma il rispetto, quello non era mai mancato.

Erano come Lupin e Zenigata… se mancava uno, l’altro lo avvertiva. Nessuno dei due avrebbe avuto la meglio… ma si sarebbero punzecchiati fino alla fine dei giorni.

 

« Dove te ne vai? » domandò Spike, incrociando le braccia, senza accorgersi di aver assunto la stessa posizione dell’altro. Angel se ne rese conto quasi subito e abbassò le braccia sui fianchi.

« Torno a Los Angeles. C’è un amico che ha un grande bisogno di me. Non vorrei che ridestandosi non trovasse nessuno ad attenderlo. »

Spike annuì, senza fiatare.

« Gunn era in coma, mentre facevamo i turisti a Tijuana… Ero talmente preso dal mio egoismo da non pensare ad altro… » aggiunse poi, sul vago.

« E la polizia? Sei ricercato per l’incendio. Come farai? »

« Sono stato vampiro per molto tempo. So vivere nell’ombra piuttosto bene. Ci vorrà del tempo per ricominciare, ma le cose si stanno movendo. I sassi che bloccavano il torrente sono stati rimossi. »

« E Buffy? » chiese Spike, senza intenti provocatori.

« Era il sasso più grande. Adesso la corrente scorre tranquilla… anche in profondità. »

« Mmh… »

« Devo andare. »

« Non vuoi parlarle? »

Una fitta al cuore lo fece sussultare. Parlare a Buffy? Di nuovo? Oh, no… era come infierire su se stessi…

« Buffy ed io ci siamo chiariti già molto tempo fa… eravamo ancora a Sunnydale… solo che non avevo il fegato per ammetterlo! »

Angel preferì omettere l’ultimo incontro con la cacciatrice… Aveva il diritto di salvarsi la faccia, no?

« Avverto un po’ d’amarezza nelle tue vene. La capisco… »

« No, non puoi capire. Tu non sei stato respinto! » esplose poi, con rabbia.

« Sei ancora in tempo per discutere con lei. In verità, la natura del mio rapporto con Buffy è tutta da chiarire… »

« Certo, come no… » e sentì le proprie mani formicolare.

Tieni i pugni lontani dalla sua faccia, tieni i pugni lontani dalla sua faccia… mormorò tra sé, come un mantra.

« Davvero! » insistette Spike, ignaro del tumulto dell’altro.

« Non sei mai stato bravo a mentire… questa è una delle ragioni per cui sei così irritante. »

« Sono secoli che mi sopporti. »

« A fatica. »

« Ma ci riesci. »

Angel sbuffò: « Sparisci, Spike! Vai da Buffy o potrei pensare che sei più attaccato a me che a lei… »

Spike sorrise, estraendo una pacchetto di sigarette dalla tasca posteriore dei suoi jeans.

Angel gli strappò il pacchetto dalle mani, gettandolo nel cestino.

« Hey! »

« Non sei più un vampiro! »

« Preoccupato per i miei polmoni? »

« Affatto… Lo faccio per il tuo alito. Non vorrai che Buffy venga a L.A. per farsi consolare, vero? »

« Non credo che ce ne sarà il tempo… Sarà troppo occupata a organizzare la mia vita e quella degli altri. Lei comanda il gregge. »

« E le pecore le vanno dietro! » accennò Angel, scrutando Spike.

« Sì. Decisamente. »

La voce del conducente dell’autobus interruppe la conversazione: « Siamo in partenza, signore. »

« Arrivo subito, grazie! » rispose Angel distratto.

« Stammi bene! » gli augurò Spike.

« In un modo o nell’altro starò bene. » Poi, in tono minaccioso disse: « Non farle del male. O dovrai vedertela con Angelus! »

« Non c’è più pericolo adesso… » rispose Spike, malizioso.

« Come ti sbagli! » replicò Angel, sorridendo. Il viso pallido s’illuminò di un’emozione beffarda, che gli arrivò agli occhi. Spike comprese. Angelus non sarebbe mai morto… C’era una parte di lui nella nuova personalità, che era sopravvissuta al trapasso da vampiro a uomo. La parte oscura… quella che incuteva timore… la parte imprevedibile di Angel.

 

Il moro salì sull’autobus e subito le porte si richiusero.

Il biondo alzò una mano, in un saluto incerto. L’altro ricambiò oltre il finestrino, l’espressione cupa di sempre.

Pochi secondi e il motore si accese; il mezzo partì, prima lento, poi a velocità sostenuta appena imboccò la 271esima. Ci sarebbe voluta una buona mezz’ora per raggiungere l’aeroporto e lo svincolo con l’80esima strada era molto trafficato…

Angel non si voltò indietro neanche per un secondo. Cleveland non gli era mai piaciuta.

 

***

 

Spike bussò alla porta del residence.

Dal buio apparve una figuretta in camicia da notte, i capelli sciolti sulle spalle, scompigliati dal sonno.

Rimase in piedi, a fissarlo con i suoi occhi verdi.

« Mi fai entrare? »

« Non so se è una buona idea… » rispose lei, sostenuta.

« Mi lasci qui, da solo? Potrei rimanere fuori anche tutta la notte… sono piuttosto testardo… » ammiccò lui, in tono infantile.

« Entra! » rispose lei.

Spike attraversò la soglia. Le loro labbra si unirono subito. I corpi allacciati sparirono nel buio.

 

***

 

Spike percorreva il vicolo a tutta velocità, una balestra nelle mani. Superò il corpo senza vita di una delle giovani cacciatrici, scrutando il buio, alla ricerca del vampiro.

« William… » mormorò una voce femminile. Due occhi dorati balenarono nel buio, mentre la figura avanzava pian piano, verso di lui.

Drusilla spuntò dall’oscurità del vicolo, scura e minacciosa come un incubo, con il volto della caccia a distorcerle i tratti del viso…

Spike puntò la balestra, scagliando la freccia.

Drusilla si mosse veloce e, con una torsione rapida del corpo, evitò il pericoloso dardo. La freccia si piantò nella parete, mancando il bersaglio.

Non c’era tempo di ricaricare l’arma, la vampira lo avrebbe afferrato prima. Spike cercò di sfilare un paletto dalla tasca interna dello spolverino, ma il tessuto di pelle fece resistenza. Diede una smorfia; da umano era tutto più difficile…

« Merda! »

Tutto si compì in pochi secondi.

Non ebbe il tempo di reagire all’attacco, quando la vampira si avventò su di lui, affondando i canini nella calda gola.

Il collo cedette alla pressione, gli occhi azzurri si chiusero impotenti, mentre Spike emetteva il suo ultimo grido.

 

Così tornò il buio assoluto. Quell’odiato buio che lo aveva gettato nel terrore al suo risveglio. Il buio soffocante della cassa di legno.

Spike batté contro il coperchio, accanendosi contro il legname fragile, i polpastrelli lacerati dalle schegge.

Un piccolo varco si aprì nella superficie, e la terra iniziò a penetrare nella cassa, come la polvere in una clessidra.

Tossì forte quando quella stessa terra gli cadde sul viso, riempiendogli la bocca e il naso. 

Lottando come un disperato colpì il coperchio a pugni chiusi, fracassandolo del tutto. Subito la terra lo invase, pesante e umida, imprigionandolo nella bara per qualche istante.

Il senso di soffocamento divenne paura. Sepolto vivo… di nuovo.

Solo allora realizzò che la mancanza d’aria non era un problema…

Strisciando come un verme risalì dalle profondità scure e umide fino alla terra ferma. Con un colpo di reni emerse dalla tomba temporanea, liberando la testa. Subito sbatté gli occhi, per focalizzare gli spazi intorno e liberare le palpebre dai residui di terra. Gli occhi azzurri si abituarono naturalmente all’oscurità. 

Con un ultimo sforzo strappò metà del corpo alla sua sepoltura.

Solo allora si accorse di non essere solo: Angel era sdraiato sul terreno smosso, proprio accanto a lui. Gli occhi erano chiusi e aveva ancora il volto sporco di terra. Sembrava stesse dormendo, ma poteva anche essere morto, visto che non udì il suo respiro.

« Inferno maledetto! »

Angel spalancò gli occhi e sogghignò al nuovo arrivato, con un’espressione pienamente cosciente… e malvagia.

Mentre si rialzava, allungò il braccio, strattonando Spike ad una spalla. Il biondo si sentì sollevare da terra, leggero come un fuscello, finché i piedi toccarono il suolo giusto con le punte.

« Mettimi giù, idiota! »

Angel mollò la presa, facendolo cadere a peso morto, sul suolo friabile. Spike ondeggiò confuso, rialzandosi all’istante. Scrutò i volti pallidi che lo circondavano, con l’espressione diffidente e l’aria stordita dagli eventi.

« William, ti stavamo aspettando! » esordì Darla, incrociando le braccia, vagamente annoiata. Ma subito sorrise… con quel sorriso sadico che preannunciava una carneficina.

« Bentornato tra noi… » aggiunse il moro, sarcastico.

« Angelus? » chiese il biondo… ma già sapeva.

« Sì, Will, paparino è tornato! » e Drusilla si fece avanti, posando la testa sulla spalla di Spike, i capelli corvini sparsi dappertutto.

Una mano esile e lunghissima gli sfiorò uno zigomo, con una lieve carezza. Spike coprì quella mano con la sua e avvertì una familiare sensazione di freddo. Quella sensazione non veniva solo dal palmo di Drusilla, ma da se stesso.

 

Assenza di calore corporeo.

Niente battito. Niente respiro. Niente anima.

Era morto. Tutti loro erano morti. Non morti.

 

Drusilla sorrise, strabuzzando gli occhi, estasiata e pazza nel suo aspetto migliore.

Spike ricambiò il sorriso, una luce perversa negli occhi. « Che cosa facciamo bloccati in questo cazzo di cimitero? Andiamo a caccia. »

« Non credo sia possibile… » disse una voce fredda, da un punto non troppo lontano del cimitero.

In alto, sulla copertura di una cripta, si ergeva una figura di donna, l’espressione determinata. I capelli biondi risaltavano nel buio, illuminati dalla luna che le stava alle spalle.

« Buffy… Morivo dalla voglia di rivederti! » mormorò Angelus, con l’aria eccitata all'idea di una lotta.

« Speravo di non arrivare a questo punto, ma era inevitabile… Dovevo sapere che non sarebbe durata… I tipi come voi sono destinati a ricadere nel buio! » replicò lei, con la mascella tesa.

« Sempre! » replicò lui.

Ma le poche parole tra loro erano più che sufficienti. La ragazza prese la rincorsa sulla copertura e balzò nel vuoto, sulle spalle di Darla. Questa cadde a terra, sorpresa, ma rotolando si liberò della cacciatrice.

Non ebbe il tempo di urlare, perché un paletto le centrò il cuore, da dietro la schiena.

Mentre la vampira si dissolveva ruotò la testa, per vedere il volto del suo assassino.

Darla divenne polvere, mentre Faith sorrise, dicendo: « Siamo due. »

« No, di più… » disse Buffy, mentre una marea di giovani cacciatrici si riversava nello spiazzo tra le tombe, circondando i tre vampiri sopravvissuti.

Proprio Spike si ritrovò Buffy di fronte a sé, che fissava il suo volto della caccia, con aria amareggiata.

Con una mossa rapida puntò il paletto di legno sul cuore.

Lui rimase immobile. Avrebbe trovato il coraggio di polverizzarlo?

« Avanti… uccidimi! » la provocò lui, aprendo lo spolverino e spingendo il petto contro l’arma appuntita.

La mano della cacciatrice tremò. Gli occhi verdi luccicarono, incerti. Buffy sbatté le palpebre più volte e alla fine si decise.

Parlò, con voce carica di sofferenza: « Mi dispiace, William. Perdonami, se puoi… »

E affondò il paletto.

 

***

 

Spike urlò e sedette sul letto, di scatto, guardandosi intorno, inorridito.

« Oh, Dio, no… » mormorò, con il respiro affannoso e il battito a mille.

« Per favore, no. »

Osservò la propria mano, che copriva il cuore, come per proteggersi… Naturalmente non era necessario. La pelle nuda era liscia… intatta.

Scrutò la stanza buia, senza realizzare dove fosse.

Ben presto gli occhi si adattarono all’oscurità. Era una stanza semplice, con tendine bianche, da bambola, e un letto dalle lenzuola candide… nel quale giaceva una seconda persona.

Gli occhi corsero all’altra metà del letto. Quando lo sguardo si posò su una cascata di capelli biondi sospirò di sollievo. Le sfiorò una spalla con una carezza, per accertarsi della sua presenza, poi le afferrò una ciocca di capelli, annusandola.

Vaniglia. Buon segno…

La giovane donna si agitò nel sonno e borbottò: « Spike, che diavolo fai? Mi annusi, adesso? Sei malato! »

Spike sorrise.

Nessun dubbio. Era Buffy.

 

FINE