Before the sunrise


Nel momento in cui le campane smisero di suonare, i flauti e gli archi cominciarono a scemare, Buffy si rese conto di quel che stava facendo. In realtà se ne accorse lentamente, quasi che la sua testa rifiutasse quel gesto. Non aveva il coraggio di aprire gli occhi; nel momento in cui l’avesse fatto avrebbe dovuto prendere coscienza della situazione.

Lei, LA CACCIATRICE, in quell’istante baciava Spike!

“Sapevi di appartenermi.” Quel bisbiglio, da quelle labbra, fu sufficiente. La realtà dei fatti l’aggredì come un pugno allo stomaco. Buffy si ritrasse con uno scatto e lanciò a Spike uno sguardo carico d’ira e di sdegno, tremò per un istante, ancora scossa dal tocco del vampiro e fuggì via.

Spike sorrise: quel dolce senso della vittoria gli invadeva ogni muscolo… ma c’era dell’altro. Il suo sorriso mutò, divenendo triste e malinconico. Sapeva che non gli apparteneva, che lei non gli sarebbe appartenuta mai, lo sentiva anche mentre la baciava. “Maledizione! Perché quella donna riesce a tormentarmi così?” Infuriato con se stesso si sistemò il bavero della giacca di pelle e si incamminò nell’oscurità.

 

Buffy correva verso casa. Non aveva il coraggio neanche di fermarsi a prendere fiato, era troppo sconvolta. Aprì la porta della sua abitazione, con uno scatto se la richiuse alle spalle; le bollette e le lettere della banca volarono via, sparpagliandosi sul pavimento. Si precipitò in salotto e si accasciò sul divano: per quanto non volesse doveva fare il punto della situazione.

“La musica… è stata la musica… certo,” balbettò ad alta voce. Non ne era poi tanto convinta. Si alzò e si guardò allo specchio: era rossa e accaldata, sapeva che non era dovuto alla corsa che aveva fatto dal Bronze a casa sua, Spike le aveva acceso un fuoco che ancora le bruciava dentro. Neanche Angel le aveva mai fatto quell’effetto; il bacio di Spike era stato travolgente, avvampante, da strapparle l’anima. Cercò di scacciare quel pensiero per fare spazio a quello di sua sorella e dei suoi amici. “Dawn!” Chiamò all’improvviso, solo ora si era accorta che in casa non c’era nessuno.

Che stupida, pensò: sua sorella era ancora al Bronze a terminare quel motivetto idiota, i suoi amici erano con lei.

I suoi amici… se solo avessero scoperto di lei e Spike… Dio, non poteva neanche pensarci.

 

Non ricordava da quanto tempo stesse percorrendo avanti e indietro il pavimento della sua cripta, sapeva solo che i piedi cominciavano a dolergli.

Si fermò un istante, indeciso sul da farsi. “Forse dovrei andare da lei a chiederle scusa…” Sgranò gli occhi nel sentirsi pronunciare quelle parole. “Sono sconvolto: per quello che ho detto dovrei impalettarmi da solo!”

Riprese a camminare a grandi passi. “Bloody hell, comincio a sembrare Angel,” si disse disgustato. “Oh Buffy,” cominciò parlando in falsetto, “mi dispiace. Io sono Angel, quello coi capelli dritti e con un’anima da martire, sono mortificato di aver sconvolto la tua perfetta ed eroica vita. Andrò via, partirò per la Groenlandia,” urlò nel vuoto spalancando le braccia, “perché non posso darti la felicità che tanto meriti.” Spike sorrise divertito: quell’imitazione gli era riuscita proprio bene! Bastò un secondo perché si accigliasse di nuovo. “Sono Spike maledizione! William il Sanguinario! Fino a pochi anni fa l’avrei prima posseduta e poi uccisa, e adesso mi ritrovo in una misera cripta a rimuginare su uno stupido bacio!”

E mentre con un tonfo richiuse la porta della cripta alle sue spalle, percorrendo deciso il cimitero,  ripensò con desiderio alla possibilità di impalettarsi da solo.

 

Era sotto un albero del suo giardino, sotto quello da cui l’aveva spiata tante volte. La luce della sua camera era accesa, probabilmente a quell’ora si preparava ad addormentarsi.

Spike fece un ultimo tiro e poi scagliò così violentemente al suolo quella sigaretta che se fosse stata di vetro si sarebbe frantumata in mille pezzi. Cercò di andar via, ma non riusciva a distogliere gli occhi dalla stanza di Buffy; per quanto il suo orgoglio vampiresco gli urlasse di tornare a casa i piedi gli si mossero quasi da soli, e si ritrovò sull’uscio di casa Summers.

Nello stesso istante la porta si aprì, ne uscì una Buffy terribilmente accigliata. “Cosa vuoi Spike?” bisbigliò. Sua sorella e i suoi amici erano tornati, non voleva assolutamente che sapessero che il vampiro era sotto casa sua, le avrebbero fatto troppe domande. “Se è per parlare di ciò che è accaduto non c’è niente da dire.” Poi lo guardò intensamente. “E un’altra cosa: una parola a Dawn o agli altri e ti ritroverai polvere prima ancora di accorgerti che io ti sono alle spalle.” Finì, e fece per tornare in casa. Spike intromise il suo piede fra l’uscio e la porta. “Dobbiamo parlare” mormorò deciso. Buffy si stupì nel vederlo tanto serio.  “E’ stata… e stata la musica…” tentò di tagliare corto, ma con suo grande disappunto si scoprì a balbettare e questo la fece infuriare ancor di più.

“La musica, Cacciatrice?” Spike sorrise beffardo. “Risparmiamela! In quel momento mi volevi come io voglio te. Di cosa hai avuto paura? Di finire nelle mie tenebre?” allungò una mano insidiosa verso la sua camicetta. Buffy afferrò la sua mano con rabbia, gliela strinse con tutta la forza di una Cacciatrice. Sul volto di Spike apparve una smorfia di dolore.

“Non ho avuto paura,” il tono della ragazza era gelido. “Ho provato vergogna per me stessa, per essermi lasciata andare con te, un essere squallido e ripugnante. Te l’ho detto già una volta e,” Buffy accennò ad un sorriso cinico “sono contenta di ripeterlo: tu sei troppo inferiore.” Scagliò lontano la mano di Spike, che trasalì a quelle parole. Per la terza volta nella sua vita si sentì davvero inferiore e per un attimo il suo passato tornò ad aggredirlo. Guardò Buffy come se neanche la riconoscesse e voltandole le spalle andò via.

 

Quell’interminabile notte pareva non finire mai. Dopo il diverbio avuto con Spike la Cacciatrice aveva preso la giacca e per distendere i nervi era andata a fare un giro di ronda. Era stata una pessima idea: immersa nei pensieri era stata colta di sorpresa da un vampiro biondo… ma cos’è? Spike era diventato una specie di cult? Ora decidevano tutti di tingersi per assomigliargli? Quel mostro l’aveva ferita ad un braccio, questo prima di venire impalettato e diventare concime per piante. Mentre trafficava con le chiavi di casa si guardò il braccio sanguinante, doveva assolutamente bendarlo, la ferita sembrava abbastanza seria. Aprì la porta e si ritrovò tra i piedi le bollette che prima erano volate via, si trovavano ancora sul pavimento. Le raccolse piano e mentre lo faceva le guardò preoccupata. Come faceva la mamma? pensò triste. Io non riesco a gestire la mia vita figuriamoci il resto. Posò tutto sul tavolo della cucina, a come avrebbe racimolato soldi ci avrebbe pensato domani.

Salì le scale e si affacciò alla camera di Dawn. La sorella era nel suo letto, ma si capiva chiaramente che era sveglia. “Dawn?” chiamò esitante.

“Sei tornata,” la ragazzina non si voltò neanche a guardarla. “Cominciavo a stancarmi di aspettarti sveglia.”

“Dawn so che è tardi, ma oggi non c’è stata poi tanto la possibilità di parlare,” cominciò Buffy. “Stamattina mi ha chiamata la tua professoressa; voleva avvisarmi che non vai a lezione da tre giorni..” “Adesso ho sonno, ci penserai domani a farmi la predica,” la interruppe sua sorella. La Cacciatrice si accigliò “Dawn cosa stai combinando? Non è facendo così che…” neanche stavolta riuscì a terminare la frase, che la ragazzina la interruppe di nuovo. “Senti, mi dispiace per quello che hanno fatto Willow e gli altri” Dawn si alzò in mezzo al letto, “mi dispiace se ti hanno riportato in questo schifo di vita, da me… ma consolati: almeno per un po’ il Paradiso tu l’hai vissuto!” e si ricacciò sotto le coperte, tirandosele fino e sopra la testa.

Buffy sgranò gli occhi, le lacrime cominciarono a scenderle piano. Richiuse come in trance la porta della camera di sua sorella e si avviò verso la sua. Per quella sera ne aveva avute abbastanza. Il braccio cominciava a pulsare dolorosamente, se lo guardò ancora una volta e vide che si stava gonfiando. Si chiese davvero che ci facesse ancora lì: sua sorella, le bollette che non poteva pagare, le ferite che ogni sera le lasciavano una cicatrice in più. Si voltò e ripercorse il corridoio al contrario. Scese le scale e prese la giacca: c’era solo un luogo in cui voleva e doveva essere.

 

La porta della sua cripta si spalancò di colpo. Era così assorto nell’ennesima replica di Passioni che quasi non si accorse di una Buffy infuriata sul ciglio della porta.

“Cosa vuoi amore? Ricordarmi che sono una cosa ripugnante e senza anima?” Spike si alzò piano dalla poltrona. La Cacciatrice era lì ma lui aveva paura di muoversi troppo in fretta, aveva paura di farla scappare.

La ragazza non si mosse, era ancora all’ingresso... Spike poteva anche sbagliarsi, ma la vedeva incerta, come se non fosse sicura del motivo per il quale era lì.

“Sai,” cominciò lei, ripresasi improvvisamente “sono arrivata alla conclusione che la mia vita faccia davvero schifo.” Senza che smettesse di guardarlo negli occhi Buffy percorse la metà della stanza che la divideva da Spike, che confuso la guardava senza capire cosa volessero significare le sue parole. “Tutto da quando sono tornata qui è più buio, insopportabile,” continuò lei. I capelli biondi le ricadevano fluenti sulle spalle, il vampiro si sorprese a desiderarla ancor di più. Era dannatamente bella, un diavolo di donna. “Ed io non so perché ti ho permesso di farmi questo...” lui quasi non la udiva, troppo preso a contemplarla. Come un fulmine un pugno gli colpì la guancia, facendogli roteare la testa. Spike si portò una mano al viso; sgranò gli occhi: più sconvolto dal gesto che dal dolore. “Bloody hell, ma che diavolo ti prende?” si voltò a guardarla con rabbia.

“Ti odio Spike” riprese Buffy, piantandogli un altro pugno nello stomaco. “Ti odio perché sei l’unico che riesce a farmi provare qualunque emozione,” indirizzò un gomito al mento di lui, ma il vampirò abbassò la testa in tempo. “Ti odio perché le tue tenebre sono così calde, così avvolgenti...” Spike riuscì a schivare un altro pugno bloccandolo con la mano. “Non sono io che ti trascino nelle tenebre, ma solo lì tu riesci a trovare conforto,” la fissò, i suoi occhi blu in quelli verdi di lei. “E’ per questo che sei così infuriata passerotto: perché sei tu che cerchi le tenebre.”

Buffy strattonò il suo braccio dalla stretta di lui. Le lacrime premevano per uscire. Strinse gli occhi e li riaprì, decisa più che mai; un altro pugno affondò nella guancia del vampiro, che questa volta mutò il suo volto in quello della caccia. Con un ringhio prese entrambi i polsi della ragazza, l’adrenalina della lotta gli scorreva nelle vene.

“Colpiscimi Spike,” mormorò convinta lei. “Non sai quanto vorrei farlo e l’avrei fatto molto tempo addietro se non fosse stato per questo dannato chip,” il vampiro le stringeva ancora i polsi, ringhiando infuriato. Buffy trasalì: il chip, ma certo, come aveva potuto dimenticarsene? Dio, non poteva neanche in quello!

“Colpiscimi Spike, ti prego,” questa volta quasi piagnucolò. “Ti farà male per un pò, ma poi passerà...” Alle orecchie del vampiro Buffy cominciava a dire cose senza senso. Il volto gli ritornò normale e le lasciò i polsi, confuso. Un nuovo pugno lo fece quasi urlare per il dolore. “Non voglio!” la ragazza cominciò a piangere, e mentre lo faceva non smetteva di colpirlo. “Non voglio più! Non voglio più star male, non voglio questo dolore, questa vita...” Spike cominciava a capire. Lei lo aveva scelto affinché lui la uccidesse. Per l’inferno quanto la odiava... ma quanto l’amava...

Con forza riuscì a bloccare un altro pugno che questa volta era indirizzato alla sua testa, le bloccò l’altra mano. Adesso Buffy singhiozzava, la ragazza rantolava per trovare un pò d’aria. “Ti prego Spike,” mormorò, al vampiro gli si spezzò il cuore. “Ti prego,” ripetè, mentre le lacrime le bagnavano il viso.

Spike le lasciò i polsi e le prese la testa, portandosela al petto. Buffy fece resistenza per un pò, ma alla fine cedette. Con una mano il vampiro le accarezzava i capelli, con l’altra le cingeva la vita cercando di darle un pò di conforto. “Come potrei amore?” le sussurrò piano mentre i singhiozzi di lei erano strazianti. “Come potrei distruggere l’unica cosa viva a cui tengo? Ogni sera in questi mesi ho visto la tua lapide ed ho pianto.” Continuava ad accarezzarla, gli sembrava che lei si stesse calmando. “Non potrei mai sopportare di perderti di nuovo, non sono riuscito a salvarti allora, ma adesso sarà tutto diverso. Mi hanno concesso un’altra possibilità e tu devi vivere piccola, per me che non posso...” le baciò i capelli. “Riprenderei la mia anima se potessi darti la felicità che meriti,” bisbigliò, senza che lei riuscisse ad udirlo.

Si accasciarono al suolo, stretti l’uno nell’altra, mentre le prime luci dell’alba rischiaravano Sunnydale, ponendo fine a quella notte interminabile.