Title: A Night of Love       

Author: Melanyholland

Subject: una notte può cambiare la tua vita.

Spoiler: sesta e settima stagione di Buffy The Vampire Slayer, più vaghi riferimenti alla quinta stagione di Angel (vaghi perché non l’ho vista ^^”).

Rating: PG

Pairing: Buffy/Spike

Data di produzione: Dicembre 2005

Disclaimer: tutto appartiene a Joss Whedon, alla Mutant Enemy, alla Fox. Anche Mr.Gordo. Mia è solo la fanfic.

Commento alla storia: a volte la vita ti concede una seconda possibilità…

 

Note: è una piccola storia, nata per farmi sentire meglio dopo una brutta giornata. Perdermi  nelle situazioni descritte mi ha calmata e fatta stare bene, abbastanza per farmi addormentare tranquilla. Ho pensato di scriverla e di proporvela, spero che vi piaccia tanto quanto è stata gradita a me. Fatemi sapere cosa ne pensate, i commenti sono sempre ben accetti, di qualunque natura siano. Mandateli a Melanyholland88@yahoo.it

 

                              A Night of  Love  

 

La prima cosa che realizzò, non appena riprese conoscenza, fu che non era nella sua stanza.

Era distesa su qualcosa, che poteva essere un letto, o un divano; sentiva il fresco batterle sulla pelle delle spalle, che non erano avvolte dal delicato abbraccio di quella che era senz’altro una coperta.

Poi c’era l’odore.

Non era il suo, né quello di Dawn. Era…forte, penetrante, ma allo stesso tempo le dava una strana sensazione di conforto, familiarità e…nostalgia. Un qualcosa appartenente ad un passato che ancora non riusciva a focalizzare. Un passato agrodolce.

Ma perché si trovava lì?

Non riuscì a rispondersi. La verità era che la testa le pulsava spiacevolmente, e ogni volta che cercava di penetrare la nebbia mentale che le offuscava i pensieri riceveva in risposta una nuova scarica di dolore e un senso di nausea alla bocca dello stomaco.

L’ultima cosa che ricordava era di essere stata mandata in missione a Los Angeles da Giles…qualcosa che riguardava una delle neo-cacciatrici, qualcosa che era di vitale importanza che facesse. Sarebbe stato bello capire di che cosa si trattasse esattamente, ma per il momento era chiedere troppo.

Ricapitolando, si trovava in un ambiente sconosciuto, per una motivazione sconosciuta…e ancora non sapeva se era nei guai. Il fatto che fosse ancora viva non le garantiva niente; nella sua lunga esperienza contro le forze del male, aveva imparato che esistevano un milione di cose peggiori della morte: qualcuno poteva averla fatta prigioniera, magari si trovava in una cella, o nella tana di qualche demone intenzionato a usarla per qualche rito non appena si fosse svegliata; non voleva aprire gli occhi finché non fosse preparata a qualunque cosa.

Eppure, per qualche ragione ignota a lei stessa…non si sentiva in pericolo.

I suoi sensi si misero subito in allerta non appena avvertì un movimento non molto lontano da lei: lo scricchiolio di un mobile. Passi. Il pesante fruscio di una stoffa.

E una nuova ventata di quell’odore forte e non spiacevole. Fu così che in un flash sconnesso e confuso ricordò di averlo già percepito, non molto tempo prima: rivide il luccichio dell’asfalto bagnato alla luce della luna, risentì il sapore del sangue in bocca, il dolore sordo alla testa, il suo stesso respiro ansimante e poi…la sensazione di essere sollevata e quell’odore, su di lei, tutto intorno a lei, mentre si aggrappava a qualcosa con le ultime forze, la vista che veniva meno…

Il cuore le saltò in gola, battendo furiosamente: ora ricordava: c’era stato uno scontro. Aveva combattuto. Il demone l’aveva colpita e atterrata…e lei aveva perso i sensi.

Quindi il demone l’aveva portata lì mentre era svenuta. Voleva farle qualcosa…o forse lo stava già facendo. Doveva reagire. Subito. 

Non appena avvertì che la figura si allontanava dal luogo in cui giaceva, i suoi passi che risuonavano sempre più attutiti, strinse i denti e aprì gli occhi, alzandosi di scatto a sedere.

Pessima idea.

La stanza vorticò dolorosamente intorno a lei, costringendola a chiudere di nuovo gli occhi e abbattendola giù con un gemito. Il pulsare alla testa ora era quasi insopportabile, un violento martellare che la tormentava incessantemente, la nausea allo stomaco era raddoppiata. 

Bel piano, Buffy. E tu saresti la Cacciatrice più esperta in circolazione? Da morire dal ridere.

La canzonò una voce nella sua testa spaventosamente simile a quella di Faith.

Perfetto. Ora, il demone o chiunque la tenesse lì aveva sicuramente capito che era sveglia.

E rincretinita.

“Non muoverti. Sei ancora debole”. Sentì una voce profonda apostrofarla da fondo della stanza.

E in un attimo, fu come se qualcosa le fosse franato addosso, colpendola, seppellendola, lasciandola frastornata e incredula e imbambolata, i pensieri che sfrecciavano nella sua testa senza che venissero registrati, il cuore che smise di battere. Aprì di nuovo gli occhi e con più cautela, si issò sui gomiti, il senso di vertigine opprimente ma più controllabile ora, e posò lo sguardo nelle ombre davanti a sé, dove scorgeva il profilo di un uomo e niente più.

Aprì la bocca per chiedere, parlare…ma la voce le morì in gola, e rimase a bocca aperta a fissare quel buio impenetrabile, le sopracciglia aggrottate in un’espressione incredula, il petto che si alzava e abbassava velocemente alla ricerca di ossigeno che non sembrava mai soddisfarla, facendola sentire sul punto di soffocare.

Non poteva dirlo. No, era terrificante, sacrilego, come rievocare il nome di un fantasma che era riuscita a dimenticare dopo tanto tempo e tanto dolore. Come riaprire uno scrigno che aveva sigillato con tanta fatica e che le avrebbe riversato contro tutto il suo contenuto di sofferenza.

Perché era un’illusione.

Lui era morto, morto sotto le macerie di Sunnydale, morto per salvare lei e il mondo, morto perché lei lo aveva abbandonato ed era scappata e invece sarebbe dovuta…avrebbe dovuto… ma non l’aveva fatto, l’aveva lasciato lì a morire ed ora non importava quanto la voce somigliasse o quanto l’odore glielo ricordasse perché era tutta un’illusione della sua mente, un’illusione della sua coscienza che cercava un perdono che non avrebbe mai ottenuto.

Dio, era terribile.

“T-tu” riuscì a balbettare con un fil di voce, ma non il suo nome. Quello no.

Con un passo lui fu fuori dalle ombre, nella pallida luce della luna che faceva capolino da una delle finestre, e allora fu troppo.

No, questo non poteva sopportarlo.

Non le importava delle vertigini, del dolore alla testa, della debolezza. Si trascinò fuori dal letto con uno sforzo enorme, puntellandosi sui gomiti finché non poté poggiare i piedi sul pavimento, la schiena contro il muro per un sostegno saldo in quella stanza che girava tutta intorno a lei.

Lui, quella cosa uguale a lui,  fece per avvicinarsi quando la vide barcollare durante l’operazione, ma lei lo fulminò con lo sguardo, cercando di imprimere dentro di esso tutto l’odio e la rabbia che provava dentro di sé. Funzionò, perché quello fermò la sua avanzata.

“Maledetto” ringhiò, la voce roca a causa della bocca secca e impastata “Bastardo, tu come osi…”

Ora era lui a sembrare incredulo, costernato, confuso. “Buffy, che cos’hai?”

“Non parlarmi!!” sbottò, le lacrime che cominciavano a pizzicarle gli occhi, un bruciante nodo in gola. “Non con la sua voce”. Aggiunse fievole, abbassando lo sguardo. Dio, quanto faceva male.

“Ma…” Lui fece un altro passo avanti e lei tornò a fissarlo, smeraldi che bruciavano di rabbia e odio ma anche di dolore.

“Di tutti i trucchi più spregevoli e crudeli che potevi studiare contro di me…” ringhiò velenosa, a denti stretti, il tono furente della sua stessa voce la spaventava e rassicurava insieme “…questo è troppo. Te la farò pagare. Qualunque demone o essere infernale tu sia…ti ammazzerò in un modo che ti farà rimpiangere di avermi incontrata”.

Avrebbe voluto vederlo riempirsi di terrore, o magari di delusione per il fallimento, ma con suo gran fastidio il volto disorientato della cosa uguale a lui si rilassò, sorrise e la guardò con i suoi occhi azzurri carichi di comprensione e di affetto.

Quello sguardo…

Una lacrima sfuggì alle sue ciglia mentre il cuore venne trafitto da lame roventi. Solo lui la guardava in quel modo. Come se fosse la cosa più bella e adorabile che avesse mai camminato sulla terra, come se non esistesse nient’altro all’infuori di lei.

Come faceva questo demone a imitarlo così bene? Perché la torturava in quel modo? Dio, era già così difficile…sapere di dover vivere senza di lui, sapere che era viva solo perché era stata tanto egoista e bastarda da abbandonarlo, sapere che lui era morto non credendole. Forse era il suo senso di colpa che la stava tormentando, lo stesso che da ormai un anno glielo faceva scorgere sempre in mezzo alla folla di una discoteca, o su una motocicletta che la sorpassava velocemente in strada, o in fila ad un cinema, o nelle ombre della sua stanza da letto; lo stesso che le faceva sentire la sua voce, o il tocco delle sue dita fra i capelli o sul viso, per nessun motivo se non quello di spezzarle il cuore e farla ripiombare nella disperazione ogni volta che, guardando meglio, o voltandosi, aveva scoperto che era solo qualcuno che gli somigliava, o il rumore o la carezza del vento.

Lui era morto. E niente l’avrebbe riportato a lei, non importa quanto dolorosamente lo desiderasse.

“Buffy…sono io.” La rassicurò lui, con quel tono dolce e delicato con cui in passato lo aveva sentito dichiararle il suo amore. Ora si stava di nuovo muovendo, avvicinandosi a lei con lentezza ma decisione. Scosse la testa violentemente, le ciocche disordinate di capelli biondi che dondolavano intorno al suo viso. No, era una tortura, quel bastardo voleva usare un trucchetto così infimo e crudele per ottenere chissà cosa da lei e non gliel’avrebbe permesso, no, non dopo che aveva infangato così il suo ricordo, non dopo che aveva osato prendersi gioco di lei e anche di quello che provava.

Non è vero…ma grazie per averlo detto…

Il suo amore per lui era reale. Se ne era resa conto troppo tardi, era sempre stata una frana nelle questioni sentimentali, l’aveva capito un istante troppo tardi e lui non le aveva creduto…

Sì che lo è! Ti amo, Spike. Ti amo, e non ti lascerò…

Ma non l’aveva detto. No. Era stata in silenzio, confermando le sue parole, e poi l’aveva abbandonato, voltandogli le spalle, come del resto aveva sempre fatto, con lui.

Al momento giusto, quando contava, aveva taciuto, facendogli credere che aveva mentito sui suoi sentimenti, magari solo per accontentarlo nei pochi istanti che gli restavano sulla terra; e ora non avrebbe più potuto dimostrargli il contrario. A che pro, in fondo? Lui aveva avuto la conferma che aveva mentito quando l’aveva vista fuggire via e lasciarlo lì, a bruciare vivo per lei. Doveva essere stato terribile.

Lui non l’avrebbe mai fatto a me. MAI.

“Quanto a che essere infernale sono…beh, credo che tu lo sappia già.” Aggiunse, con una punta d’ironia e quello sguardo, così simile, così…  

“Bugiardo”. Ringhiò lei. Ormai le era vicinissimo, poteva vedere bene il suo viso, quegli occhi, quegli zigomi, quelle labbra, quella cicatrice. Tutto uguale. Tutto dolorosamente, orribilmente uguale. E per quanto la sua decisione cominciasse a vacillare, per quanto stesse considerando l’idea di credere che fosse davvero lui…non poteva.

No.

Perché sarebbe stato terribile se si fosse fidata e poi lo avesse visto trasformarsi in un mostro, troppa sarebbe stata la delusione. Troppo accecante il dolore. Non avrebbe resistito, non a perderlo due volte. Non ad essere di nuovo felice e poi a ripiombare in quell’amara disperazione che l’aveva consumata giorno dopo giorno.

“Sei un lurido, schifoso bastardo”. Aggiunse, mentre un’altra lacrima le attraversava la guancia. Se avesse avuto abbastanza forza, gli avrebbe sferrato un pugno, lo avrebbe ferito, gli avrebbe fatto male per la sua crudeltà, per quello che le stava facendo. Purtroppo, era veramente debole come quello aveva affermato poco prima, e tutte le sue forze erano impegnate a sorreggerla contro la parete.

Quello rimase in silenzio per un momento, inclinando lievemente la testa di lato mentre la fissava, procurandole un’altra fitta al cuore nel rivedere quel gesto. Poi, fece qualcosa che la sorprese, tanto che non riuscì a muovere un dito per contrastarlo: le prese con delicatezza il polso, alzandole la mano aperta in modo che si frapponesse fra i loro visi,  e vi posò sopra la sua, restando un momento palmo contro palmo, per poi intrecciare le loro dita.

Buffy, a bocca aperta, fissò le mani e allora capì, capì cosa aveva voluto fare e perché. Quando vide il segno, fu come se di nuovo qualcosa si abbattesse su di lei, ma stavolta fu un colpo di violenta felicità, di sollievo quasi doloroso. La sua mente era ancora incredula e confusa, ma il suo cuore…il suo cuore, che aveva messo a tacere per paura di soffrire, aveva capito la verità già da molto e adesso, vedendone la prova, si riempì di calda e meravigliosa gioia.  

Fissò quelle ustioni, che entrambi avevano sul dorso della mano, ma dalle quali in alcuni punti lei era stata protetta dalle sue dita, lasciandole la pelle bianca e sana. Ricordava come, mentre le macerie crollavano tutte intorno a loro, lei aveva voluto prendergli in quel modo la mano, incurante del fuoco che vi divampava a causa della luce.

Per fargli sapere che era lì.

Che gli era vicina.

Che teneva a lui, tanto quanto lui teneva a lei.

Distolse lo sguardo dopo attimi interminabili, per incontrare i suoi occhi azzurri, che la contemplavano, pieni di dolcezza.

E finalmente, capì di poterlo dire.

“Spike”

 

----------------------------------------

 

“Spike” un sospiro, una parola che era quasi una carezza.

“Sì, amore. Sono io.”

Gli lasciò la mano per gettargli le braccia al collo, stringerlo, affondare il viso nel suo petto, in quell’odore che sapeva sì di alcool e cuoio e tabacco ma che era soprattutto il suo, l’odore di Spike, il suo Spike. Percepì le sue braccia muscolose che la cingevano da dietro e la stringevano, come per paura che scappasse se non l’avesse trattenuta. Ormai lei non riusciva più a controllarsi, le lacrime scendevano, singhiozzava e tremava, ma lui la abbracciava ed era questo che contava, solo questo. Lui era vivo, ed era lì con lei, e tutto era perfetto.

“Spike, Spike…” Continuava a ripetere e lui continuava a rassicurarla, accarezzandole la schiena, i lunghi capelli color miele, mentre lei gli inzuppava la maglietta con le sue lacrime. Quando riuscì a placarsi, si staccò lievemente da lui e ancora incredula e felicemente stordita posò le labbra sulle sue, in un bacio carico di bisogno e passione e amore che all’inizio, sorpreso da quel gesto, lui non ricambiò, ma in cui poi si immerse a sua volta, baciandola con estrema dolcezza, le dita che le accarezzavano il lato del viso.

Quando si staccarono, lei posò l’orecchio sul suo petto, la testa nell’incavo del suo collo, e chiese in un sussurro: “Com’è possibile?”

“Te l’ho detto...” replicò lui, sempre giocherellando con le sue ciocche bionde “…oggigiorno, è difficile morire in santa pace.”

Lei rise lievemente, per la battuta ma soprattutto per quello stato di benessere in cui era. Persino il dolore alla testa adesso era insignificante, lontano e remoto.   

“Da quanto tempo?” chiese, e lo sentì irrigidirsi.

“Quasi un anno.” Rispose dopo molto tempo, e lei si staccò di colpo, fissandolo con incredulità:

“U-un anno!?” 

Lo vide fuggire il suo sguardo scrutatore e annuire.

“Un anno!” Sbottò, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi, fissandolo con rabbia, mentre una lama affilata le perforava il cuore, squarciando quella delicata felicità che aveva raggiunto. Ma perché doveva sempre andare a finire così? Tutti quelli che amava la abbandonavano, ogni volta. Non importava quanto dicessero di volerle bene, non importava quanto tenessero a lei…alla fine, ad uno ad uno, si allontanavano da lei, lasciandola sola.

Credeva che Spike fosse diverso.

Improvvisamente, desiderò di non essersi mai lasciata andare in quel modo, con le lacrime, con il bacio…Dio, com’era stata stupida! Aveva pensato che le cose fossero rimaste com’erano…ma evidentemente qualcosa era cambiato. Per Spike. Perché, perché l’aveva baciato?? Si sentiva un’idiota. Lui non provava più quei sentimenti, perché lo Spike che conosceva, lo Spike innamorato di lei, avrebbe fatto qualsiasi cosa per starle accanto.

Persino andare fino in Africa a soffrire le pene dell’inferno per riavere la sua anima.

“Un anno, e non ti è mai venuto in mente di dirmelo??” protestò, nuove lacrime, stavolta di rabbia, le si stavano formando agli angoli degli occhi “Non dico che dovevi venire da me, perché è evidente che la cosa non ti andava, ma almeno…insomma, ti rendi conto di tutte le sofferenze, il dolore che mi avresti risparmiato solo con una telefonata??

Avrebbe tanto voluto andarsene, fuggire via, lontano da lui, dall’uomo che le stava facendo tanto male. Ma perché, perché finiva sempre in quel modo? Cos’era che non andava in lei?

“Credi che non avrei voluto??” Sbottò lui, il suo temperamento irascibile che riaffiorava. “Credi che non avrei preferito mille volte stare con te, piuttosto che con Angel?” Sospirò, abbassando lo sguardo. “Ma non potevo. C’era una guerra da combattere e non potevo tirarmi indietro. Non importa quanto volessi tornare da te, non importa quanto sentissi la tua mancanza. E poi…” Uno sbuffo ironico, che non riuscì a nascondere il luccichio di dolore che attraversò il blu dei suoi occhi.

“Tu ti sei rifatta una vita. Ora hai la vita normale che hai sempre desiderato, con tua sorella, e sei felice. Non hai bisogno che un vampiro ti venga di nuovo a rompere le scatole.”

Si voltò, dandole le spalle. Buffy restò a fissarlo incredula: come poteva pensare una cosa simile? Scoppiò in una risatina isterica.

“Una vita normale, dici? Andiamo, mi conosci da abbastanza tempo da capire che io non avrò mai una vita normale. Perché credi che stessi combattendo contro quel demone quando sei venuto ad aiutarmi?” Domandò, lui tornò a guardarla:

“Perché lo stavi combattendo?”

Buffy restò interdetta per un attimo, sbattendo le ciglia. Poi distolse lo sguardo, rispondendo un tantino imbarazzata: “Ehm…in effetti non me lo ricordo.”

Silenzio.

Poi entrambi scoppiarono a ridere.

“Scemo!” Lo rimproverò lei sorridente, dandogli un leggero pugno sull’avambraccio “Potrei avere un trauma cranico e tu te la ridi!”

“Dolcezza, sei veramente unica!” esclamò lui, facendole battere il cuore per la sfumatura affettuosa del tono. Le erano mancati, i suoi nomignoli. E pensare che aveva sempre creduto di non sopportarli…

“Comunque, non devi più preoccuparti di quel demone, l’ho fatto fuori.”

La informò, guardandola con quel sorriso accattivante e sexy che sapeva sfoderare solo lui. “Nessuno tocca la mia Cacciatrice e poi la fa franca”.

Lei ricambiò il sorriso, arrossendo. “Grazie”.

Si sedette sul letto, abbandonandosi contro la spalliera con un sospiro. “Non ricordo quasi nulla. È tutto così…confuso.” Strizzò gli occhi, massaggiandosi le tempie quando una nuova fitta le attraversò le meningi.

“Ora riposati.” La esortò lui, rimboccandole le coperte mentre lei si sdraiava. “Sono sicuro che ricorderai tutto quando starai meglio.”

Buffy annuì, chiudendo gli occhi e lasciandosi andare nella confortante oscurità dell’incoscienza.

 

-------------------------------------------

 

La percepì, prima attraverso il sottile velo del sonno, pian piano sempre più in coscienza attraverso il silenzio e il buio. I suoi sensi lo informarono che mancava ancora un bel po’, all’alba; non doveva aver dormito più di un’ora.

Aprì gli occhi, e scorse senza difficoltà la piccola e sottile figura di lei in piedi davanti alla poltrona su cui si era appisolato, sentendo i suoi occhi su di sé, il suo respiro regolare. I capelli di quel biondo chiaro e fine le ricadevano disordinatamente sulle spalle, la luna li dipingeva di una sfumatura d’argento. Il suo viso era pulito e fresco, libero dal pesante make-up che di solito vi applicava.

Buffy...ti rendi conto di quanto sei bella?

Aveva desiderato così dolorosamente di poterla rivedere, per più di un anno. Ed ora lei era lì, non un sogno particolarmente realistico, non un miraggio provocato da qualche bicchiere di troppo, lei, in carne e ossa.

Era un qualcosa di stupendo e spaventoso allo stesso tempo.

Sorrise alla creatura meravigliosa che gli stava davanti, mormorando premuroso:

“Hai bisogno di qualcosa, tesoro?”

Lei sussultò lievemente, evidentemente non si era accorta di averlo svegliato. Si ricompose subito, accennando ad un sorriso: “No, niente.”

Eppure se ne stava lì, in piedi, nella sua figura minuta e slanciata, con quei meravigliosi capelli e quel meraviglioso sguardo, a fissarlo.

Spike inarcò un sopracciglio confuso: non che il suo scrutinio lo infastidisse, tutt’altro; ma quella situazione di stasi, quella calma e silenziosa inerzia, celavano qualcosa che non riusciva a capire.

Guardò la donna che amava più di se stesso, chiedendo di nuovo, in un sussurro: “Che cosa c’è?”

Buffy distolse lo sguardo, spostando il peso su un piede solo, e stavolta, quando rispose, dalla sua voce trapelò una nota di stizza e  impazienza, che gli ricordò la ragazzina ostinata e insopportabile di cui anni prima si era innamorato.

“Niente, ho detto. Torna a dormire”.

Tuttavia, sembrava a disagio. E lui non era meno ostinato di lei.

Si alzò in piedi, avvicinandosi con due lunghe falcate e accarezzando con le dita il lato del suo viso. Lei si lasciò andare con un sospiro al suo tocco, chiudendo gli occhi.

“Dimmi che succede.” Una semplice richiesta.

Buffy aprì gli occhi, verdi oceani che scintillavano alla luce della luna. “Non posso”.

“Perché?”

La Cacciatrice voltò la testa, mordicchiandosi il labbro inferiore.

Tutto ciò che lui avrebbe voluto fare era prenderla fra le braccia e baciarla.

“Perché se te lo dico, riderai di me.” Rispose lei, lo stesso tono stizzito e infastidito.

“No, dolcezza, te l’assicuro”. La confortò lui, sfiorando con le dita la sua cascata bionda. Questo l’aveva incuriosito. Cosa poteva essere la cosa che imbarazzava tanto la sua impavida Cacciatrice? Stava forse per confidargli che aveva paura di dormire senza quella specie di peluche a forma di maiale che aveva visto nella sua vecchia camera a Sunnydale?

“I-io…” Buffy si allontanò di qualche passo da lui, fissando il pavimento e mettendosi con gesto meccanico una ciocca di capelli dietro l’orecchio. “Ehm…ho paura di addormentarmi”.

Spike sgranò gli occhi: che avesse indovinato?!?

“Bloody hell donna, è solo un maledettissimo pupazzo!!” sbottò, e lei lo fissò stralunata, le sopracciglia aggrottate, come se gli fosse cresciuta una seconda testa sulle spalle.

“Eh? Ma di che parli?” chiese disorientata, fissandolo da capo a piedi con l’aria di una che si sta chiedendo se non è il caso di chiamare il manicomio.

Fortunatamente, non aveva indovinato. Spike si rilassò.

“Lascia stare”. Tagliò corto, poi continuò, con voce morbida. “Perché hai paura di addormentarti?”

Buffy sospirò, sedendosi sul bracciolo della poltrona e guardandosi le mani.

“Perché…quando mi sveglierò, domattina, tu….potresti non esserci.” Mormorò, sempre senza guardarlo. Lui le si avvicinò.

“Certo che ci sarò, amore”.

Buffy scosse la testa, e quando parlò di nuovo, la voce era incrinata, liquida.

“Non sarebbe la prima volta, sai. Io…” Un respiro profondo “Dopo che sei morto…e io e Dawn ci siamo trasferite in Europa….spesso...beh” sorrise, ironica “i primi tempi praticamente ogni giorno, io…non potevo sopportare di averti lasciato lì a morire, mentre io sono scappata. Non riuscivo a mandar giù il pensiero che non ci fossi, e che fosse colpa mia….così, la sera io immaginavo” si bloccò, tirando su col naso, e Spike si accorse di una lacrima che le attraversava il viso “immaginavo che tu fossi lì, con me.”

Sorrise, un sorriso triste e malinconico, mentre altre lacrime seguirono la scia della prima, su entrambe le guance.

“E parlavamo, sai? Parlavamo di un sacco di cose…e tu mi dicevi sempre che…che mi avevi perdonato, e che non faceva niente se ero fuggita. Che mi amavi lo stesso”. Singhiozzò, lui si sedette accanto a lei, e le sorrise rassicurante.

“Beh, dicevo la verità.”

“Ma ogni mattina…mi svegliavo e tu eri scomparso. E allora capivo…” sospirò “capivo che era stato tutto frutto della mia immaginazione, per risollevarmi la coscienza, per non farmi stare male al pensiero di averti ucciso.”

“Tu non mi hai ucciso, Buffy. È stata una mia scelta”. Esclamò, sorpreso e addolorato al pensiero che lei si fosse tormentata per tutto quel tempo.

“No.” Disse decisa “Io ti ho dato il medaglione, io ti ho lasciato lì…senza aiutarti”.

“Entrambe le cose sono stato io ad insistere perché le facessi”. Replicò, determinato. Lei scosse ancora una volta la sua testolina bionda.

“Non avrei dovuto abbandonarti. Tu non l’avresti mai fatto a me”.

Spike sospirò, scostandole i capelli dal viso per poterla guardare negli occhi, arrossati e imperlati di lacrime. “Ci sono molte cose orribili nel mio passato che tu non avresti mai fatto”. Il suo sguardo si perse un momento, immagini, voci, si accavallarono nella sua mente, mandando scariche di dolore nel suo cuore e nella sua anima. Sì, molte cose orribili.   

“Io meritavo di morire là sotto, Buffy. Tu no. E non me lo sarei mai perdonato, se ti fossi sacrificata con me”. Le si inginocchiò davanti, prendendole le mani, e finalmente lei lo guardò negli occhi.

“Sono molte, le morti di cui mi pento. Tanti i cadaveri che ogni notte vedo nei miei sogni, uomini, donne, bambini, dilaniati e uccisi da me, corpi che mi dicono che mi merito di andare all’inferno, di bruciare e soffrire per sempre, perché sono un mostro. Riesco a stento a sopportare tutto questo, a vivere ogni maledetto giorno ricordando tutte le cose spaventose, le torture, le uccisioni, che ho compiuto”.

Il viso di Buffy era pallido, lo fissava come terrorizzata, ma allo stesso tempo nel verde dei suoi occhi scorse una piccola luce, un focolare di…comprensione. Comprensione e pena. Non c’erano più il disgusto e il disprezzo che vi dimoravano un tempo, e di questo Spike fu grato.

“Ma, se la notte, fra quei cadaveri, ci fosse stato anche il tuo…” la voce gli morì in gola, e stavolta fu lui a distogliere lo sguardo, con un sospiro. Buffy strinse più forte le sue mani, esortandolo tacitamente a continuare, e lui naturalmente l’accontentò.

“…non avrei resistito. Posso sopportare, anche se soffrendo, il rimorso per le mie vittime. Ma il pensiero di averti fatta morire con me, Buffy, solo per un gesto egoistico…no, quello mi avrebbe ucciso”.

Sorrise, per lei, ignorando l’angoscia che aveva provato nel cuore durante quelle parole, e la guardò di nuovo. Buffy lo fissava, una lacrima che scivolava lentamente sul suo viso, l’ultima di quella sera, l’espressione sinceramente colpita che le aveva visto solo una volta, prima di allora: durante la sua ultima dichiarazione d’amore, quando lei era sola e abbandonata da tutti i suoi amici e tutto ciò di cui aveva bisogno, e lui lo sapeva, era sentirsi amata.

Sospirò, alzandosi e lasciando a malincuore le sue mani. Ogni contatto con Buffy era prezioso, per lui.

“Sarò qui, domani mattina. Vai a dormire, ora”. Concluse, sventolando la mano in un gesto eloquente. Lei si diresse verso la camera da letto, fermandosi all’ultimo minuto e voltandosi.

“Spike?”

Il suo nome aveva un suono così dolce, pronunciato da lei. Soprattutto ora che non imprimeva più nella voce quel tono di disprezzo con cui solitamente lo apostrofava, ai vecchi tempi.

“Che c’è, dolcezza?”

“Non mi fido”.

Fu come se un rovo gli circondasse il cuore, perforandolo con le sue spine. Lei lo fissava, bella e imperscrutabile come una statua di marmo, le braccia lungo i fianchi, la postura eretta e fiera.

Lo feriva profondamente, il fatto che lei non si fidasse di lui; ma non poteva biasimarla…le aveva fatto del male, molte, troppe volte. Aveva tentato di ucciderla, di violentarla…il pensiero gli faceva ancora venire i brividi, le immagini di quella notte nel bagno impresse a fuoco nella sua mente e nel suo cuore, le sue lacrime, le sue suppliche…

Basta Spike…ti prego...smettila…sono ferita basta per favore…

Un’altra delle immagini terrificanti e dolorose che non gli aveva dato pace.

E questa, anche prima che riconquistasse la sua anima.

Sospirò, mormorando tristemente: “Puoi chiudere la porta a chiave. O, se vuoi, posso andarmene”.

Buffy lo fissò senza capire, poi i suoi occhi si illuminarono di comprensione e di dolcezza e si avvicinò, accarezzandogli il braccio.

“No, Spike”. disse teneramente “Volevo dire che non mi fido ancora ad addormentarmi. Potresti essere un sogno particolarmente realistico. O potrei essere sotto l’effetto del veleno di qualche demone, che mi fa vedere realtà alternative; te la ricordi, la faccenda del manicomio, anni fa?”

“Ah, quando ti ha avvelenata il Glarghk guhl kashmas’nik…”

“Sì, il Glargsn…quello”. Tagliò corto lei, incapace di pronunciare il nome del demone. Aveva sempre avuto problemi, con quel genere di cose.

“Perciò Spike, potresti…” distolse gli occhi, arrossendo. “…dormire con me?”

Lui inarcò un sopracciglio, rendendo più evidente la cicatrice, guardandola in modo significativo, e lei si affrettò a dargli un leggero pugno sull’avambraccio, aggiungendo con tono pratico:

“Sai, per tenerti d’occhio, in modo che tu non possa scomparire così, di punto in bianco. Che ne dici?”

 “Va bene”.

Mentre Buffy si accoccolava fra le sue braccia, il viso sul suo petto, nel letto su cui per un anno intero aveva dormito sempre solo, Spike capì che non avrebbe mai potuto provare una felicità più grande e completa di quel momento. La donna che amava era fra le sue braccia, gli occhi chiusi, il viso angelico rilassato e tranquillo; poteva sentire il battito del suo cuore, il seno che si alzava e abbassava a ritmo regolare, il calore del suo corpo contro il proprio. Si fidava di lui, gli permetteva di toccarla, nonostante quello che lui aveva provato a fare, nonostante quello che lui era.

Le sfiorò delicatamente i capelli, e lei aprì un pochino gli occhi, guardandolo attraverso le ciglia.

“Tienimi stretta, okay? Non lasciarmi andare”.

E lui, stringendola più forte a sé e baciandola teneramente sulla punta del naso, l’accontentò, come aveva sempre fatto.

 

 

                                         Fine